Scienza e società: un connubio possibile?

 

Nonostante gli attacchi, gli STS sul piano accademico non godono di cattiva salute. In importanti Università degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri Paesi europei, sono stati costruiti diversi percorsi di laurea, di dottorato e di master sugli STS. La Cornell University, per esempio, è stata tra le prime a proporre negli anni '70 un programma interdisciplinare che unisse gli interessi degli studiosi della scienza con quelli degli analisti politici e degli storici della tecnologia. Esistono, oggi, programmi di STS alla London School of Economics, all'Università di Oxford, al Centre national de la recherche scientifìque (CNRS) francese ma anche in Australia, India, Norvegia, Taiwan.

Nel 1975 è nata la Society for Social Studies ofScience (4S) 10, a cui è seguita la fondazione della rivista Science, Technology and Human values e l'organizzazione di incontri annuali. All'inizio, partecipavano solo accademici ma nel 2006, a trent'anni dalla sua nascita, la 4S vede la presenza di rappresentanti del mondo dell'industria, dei governi e di cittadini preoccupati dell'impatto della scienza e della tecnologia sulle proprie vite. Gli STS hanno guadagnato una certa visibilità e l'ex pertise dei suoi studiosi viene sempre più spesso a disposizione dei decisori politici. Va quindi tutto bene?

Questa è la domanda implicita su cui è stato costruito un volume pub blicato nel 2003 nella serie Sociology of the Sciences Yearbook dal titolo Social Studies of Science and Technology: Looking Back, Ahead 11. I maggiori esperti del settore si sono confrontati per cercare di tracciare un bilancio degli STS con alcuni autori che possono essere considerati tra i fondatori della disciplina. Il resoconto è agrodolce.


Ulrike Felt
I meriti non mancano (e in parte li abbiamo già menzionati). Ma, nel momento di fare una storia degli STS, emergono i maggiori punti deboli. Autorevoli studiose, come Ulrike Felt e Helga Novotny, sostengono che è impossibile farlo perché ci si trova di fronta a una non-storia12.

Più precisamente, gli STS nel loro complesso hanno fallito nello stabilire criteri per il proprio progresso, il loro sviluppo è avvenuto senza pianificazione e senza un centro reale. Gli STS sono stati incapaci di costruire una tradizione e vengono paragonati a un moderno Sisifo che non si fa domande su se stesso e sul suo futuro, continua a rispondere in modo ripetitivo a circostanze da lui non stabilite13. Fuor di metafora, gli STS non sarebbero ancora stati in grado di stabilire la propria agenda di problemi non-risolti e il caso del PUS è emblematico sotto questi aspetti.

Per uscire dalla fase critica, la strada è quella della professionalizzazione e del consolidamento degli STS. Sia in un senso più strettamente accademico, sia con uno sguardo più ampio rivolto alla politica, all'economia, alla società. Nell'esperimento mentale che chiude uno degli interventi più significativi dello Yearbook del 2003, Micheal Guggenehim e Helga Novotny14 indicano le linee strategiche da seguire per uscire dall'impasse. Si immaginano gli STS in grado di comunicare meglio ciò che sono, di abbandonare linguaggi autoreferenziali per entrare nei percorsi formativi degli scienziati allo scopo di favorire una loro maggiore sensibilità sociale, nei curricula dei docenti di scienza per la nascita di una generazione di ricercatori in grado confrontarsi con la crescente transdisciplinarietà, nella cultura dei decisori politici e infine, in un senso diverso da quello attuale, nell'accademia dove ogni gruppo di ricerca dovrebbe avere un esperto di STS nel proprio gruppo di ricerca per costruire un mondo, concludono gli autori, in cui scienza e società vivano sotto lo stesso tetto.