Misurare il pubblico della scienza

 

Comprendere la scienza, pur essendo un indispensabile strumento retorico utilizzato da scienziati, giornalisti e politici per giustificare gli sforzi nella divulgazione scientifica, resta un concetto dal significato nebuloso: vuol dire, per esempio, saper rispondere correttamente a domande riguardanti fatti e concetti della scienza? Significa conoscerne i suoi meccanismi istituzionali, i suoi metodi, le sue implicazioni sociali? O, ancora, significa possedere la capacità di usare le conoscenze scientifiche nella risoluzione di problemi nella vita di tutti i giorni?

Il quadro sembra all'apparenza drammatico se si va nel dettaglio di alcune delle risposte fornite dai cittadini nelle varie versioni dei questionari a loro sottoposti. Nel 1991, solo il 6 per cento degli americani sapeva dare una risposta corretta su una domanda riguardante le cause della pioggia acida. Nel 2000, solo la metà della popolazione statunitense riteneva che la Terra girasse attorno al Sole una volta l'anno. I cittadini britannici nel 1988 sulla stessa questione erano ancora di meno, circa un terzo. Per non parlare poi delle poche risposte giuste che si ottengono quando si va a indagare se gli intervistati sanno cosa significa studiare e conoscere la realtà mediante il metodo scientifico. Ogni volta che si leggono i risultati di tali questionari sembra che non ci siano dubbi. I dati parlano chiaro: il pubblico è ignorante su argomenti che riguardano scienza e tecnologia. A margine, vale la pena sottolineare che i colpevoli del disastro vengono quasi sempre in dividuati nei media o nel sistema scolastico. Ma è davvero così indubitabile e certificabile l'ignoranza pubblica? Siamo così certi che la scienza costituisca un insieme omogeneo di conoscenze superiore a tutte le altre, un pacchetto di norme e di concetti da prendere a scatola chiusa?

Quando, a partire dagli anni '90, gli studiosi sociali della scienza iniziano a criticare i presupposti del rapporto Bodmer quando tradizioni, interessi, presupposti di ricerca differenti cominciano a conoscersi i fautori del PUS devono fare i conti con le risposte non scontate a queste domande. E non mancheranno conflitti e accuse reciproche fra fisici, biologi, chimici, storici, filosofi e soprattutto sociologi. Sul versante degli studi sul pubblico, uno dei contributi più significativi è di Brian Wynne, uno dei maggiori esponenti tra gli studiosi che contestano l'approccio dei questionari innanzitutto sul piano metodologico8. Una riflessione più attenta mostra che le domande nelle inchieste campionarie comportano infatti dei problemi.

Come si fa per esempio a pretendere una risposta giusta su quali sono le cause della pioggia acida o del riscaldamento globale, se neanche all'interno della comunità scientifica c'è accordo su questi punti? Se vogliamo essere pedanti, è corretto chiedersi se è la Terra che gira intorno al Sole o il viceversa se non si specifica qual è il sistema di riferimento? Qual è la risposta esatta alla domanda se l'elettrone è "più piccolo" dell'atomo, se per la teoria dei campi quantistici la "dimensione" dipende dall'energia in gioco al momento dell'esperimento? Anche se ci domandiamo "l'ossigeno che respiriamo è prodotto dalle piante?", l'opzione corretta è meno ovvia di quanto si possa pensare. Per molti brasiliani, per esempio, la risposta è "no" perché sanno, grazie alla propaganda del governo (volta a smentire l'icona dell'Amazzonia come "polmone del mondo") che almeno metà dell'ossigeno che respiriamo proviene dal plancton. Questa risposta, però, verrebbe classificata come sbagliata da un codificatore europeo. O, ancora, è corretto chiedere di spiegare "cosa significa conoscere secondo il metodo scientifico" se si considera giusta soltanto la risposta che aderisce a una descrizione della scienza basata su teoria, deduzione e falsificazione dei dati mediante prove sperimentali che probabilmente persino molto filosofi e sociologi della scienza non accetterebbero di fornire? Infine, che legame c'è fra la conoscenza di fatti meno ambigui come sapere che la luce viaggia più veloce del suono e le opinioni che si possono nutrire per esempio in merito alle biotecnologie? In quale situazione, rilevante sul piano personale, un cittadino ha bisogno di sapere cosa sono gli elettroni? È "più alfabetizzato" chi sa che il latte bollito non perde la sua eventuale radioattività, chi sa che gli antibiotici non uccidono i virus o chi sa (o accetta, nonostante la propria fede religiosa) che i dinosauri si estinsero milioni di anni prima della comparsa dell'uomo?

I questionari avrebbero quindi almeno due grandi difetti: da un lato, quello di essere costruiti secondo le aspettative dei loro ideatori e quin di di essere più adatti a misurare la diffusione di una certa visione della scienza, piuttosto che fornire una misura oggettiva delle competenze delle persone o della loro comprensione della scienza; dall'altro lato, quello di porre domande al di fuori di un contesto reale, in cui gli interrogativi non acquistano un significato rilevante per la persona che risponde.
Ma la critica non si limita a smantellare l'approccio basato sui questionari, mettendo fra l'altro in luce le relazioni di potere in esso radicate. Le ricerche di Wynne e colleghi mostrano quanto il pubblico sia in grado di capire e di agire attivamente quando le implicazioni sociali della tecnoscienza toccano da vicino i suoi interessi. La nozione di pubblico della scienza è radicalmente modificata: al posto di un pubblico passivo, indifferenziato, deficitario, appare un pubblico attento, variegato, mutevole che si definisce come tale attorno a un problema preciso o a un sistema di valori condiviso. Non esiste un contenitore omogeneo che possiamo definire pubblico. Esistono pubblici diversi, eterogenei, che (a seconda delle occasioni, della cultura, delle identità nazionali, etniche e di molti altri fattori) entrano in contatto con le varie forme che la scienza assume nella sfera sociale. Non è quindi appropriato parlare di pubblico della scienza come se esistesse a priori, indipendentemente dai luoghi metaforici o reali in cui scienza e società si incontrano. Sono i punti di raccordo fra ricercatori e cittadini che definiscono la natura dei pubblici della scienza.
Le prove a favore della diversità dei pubblici della scienza si basano sostanzialmente su casi di studio. Da una parte, queste ricerche hanno mostrato come il coinvolgimento personale acceleri il processo di apprendimento: le persone che potrebbero avere, o percepiscono, conseguenze negative dallo sviluppo tecnoscientifico, acquisiscono velocemente il linguaggio della comunità scientifica di riferimento, i suoi termini, i concetti, le procedure di lavoro. Dall'altra, questi studi hanno evidenziato la capacità dei non-esperti di indirizzare richieste e dubbi appropriati ai ricercatori basandosi su forme di conoscenza alternative a quella scientifica.
Il filone del PUS che predilige gli studi qualitativi afferma, in altri termini, il valore del sapere laico, della conoscenza popolare, spesso avvertita come minaccia dagli scienziati perché poco rigorosa, visionaria, volubile e soprattutto perché, nella sua formulazione, non richiede la mediazione di un esperto. Gli studi orientati a individuare i deficit cognitivi del pubblico continuano comunque a prevalere. Sul piano politico, difficilmente si rinuncia a usare i dati numerici dei questionari sull'alfabetizzazione scientifica considerati più oggettivi, più facili da comprendere e usare nelle argomentazioni pubbliche. Di fatto, la ricerca qualitativa nell'ambito del PUS è ignorata o fortemente criticata poiché non generalizzabile, basata su casi specifici, casi limite e quindi scarsamente utilizzabile, a detta dei suoi detrattori.
Al netto delle polemiche accademiche, il punto veramente caldo riguarda l'expertise, la nomina di chi è legittimato a parlare di scienza. La rivendicazione dell'autorità cognitiva, con il potere che ne consegue, passa attraverso la capacità di segnare il confine fra chi è scienziato e chi non lo è.