Piergiorgio Odifreddi


Poesia e letteratura matematica



I giudici dell'Oulipo

L'Oulipo è nato nel 1960, da un'idea del matematico François Le Lionnais e del letterato Raymond Queneau, con lo scopo di proporre e realizzare opere letterarie a struttura matematica. Uno degli esempi più noti e riusciti di questa singolare poetica è La vita istruzioni per l'uso, realizzata dal letterato Georges Perec sulla base di una struttura proposta dal matematico Claude Berge.

Benchè l'Oulipo possieda dunque due anime, ciascun membro ne possiede in genere solo una, all'insegna del motto: "a ciascuno il suo'". C'è almeno un caso, però, in cui le due anime convivono compiutamente in una sola persona: si tratta di Jacques Roubaud, entrato a far parte del gruppo nel 1966 e oggi il suo più rappresentativo esponente vivente.

Come Roubaud abbia intrapreso, fin dall'adolescenza, due percorsi apparentemente parelleli ma sostanzialmente convergenti, lo ha raccontato egli stesso in due recenti volumi autobiografici: Matematica: (1997) e Poesia: (2000).

Il primo narra gli studi di Matematica con personaggi del calibro di Laurent Schwartz e Claude Chevalley e contiene interessantissime divagazioni: da un'esposizione della filosofia bourbakista a un'analisi dello stile letterario degli Elementi di matematica, da una critica dell'etica elitaria di André Weil a una rivendicazione della poetica come una branca della Matematica applicata.

Il secondo libro descrive invece l'amore giovanile per la poesia, dai trovatori a Petrarca, e come esso sia sfociato nell'esordio poetico di Roubaud: (1967). Fin dal titolo, che è il simbolo insiemistico per l'appartenenza, è chiara l'ispirazione bourbakista di un'opera che, in origine, doveva addirittura chiamarsi Elementi di poesia e si proponeva di sviluppare un'analogia tra insiemi e sonetti, da un lato, e struttura insiemistica e forma poetica dall'altro.

Benchè all'epoca Roubaud non conoscesse ancora l'Oulipo, l'enorme numero di costrizioni formali che pose al suo progetto ne facevano già un membro "potenziale'' del gruppo. è infatti una serie di 361 trasformazioni geometriche del sonetto, la cui struttura viene astrattamente preservata pur nei concreti cambiamenti della cadenza dei metri, della disposizione delle rime, della struttura delle strofe, del numero dei versi, …

La scelta del numero delle trasformazioni è dettata da un'ulteriore costrizione: è infatti organizzato come una partita di Go, cosí come Alice attraverso lo specchio era organizzato come una partita di scacchi. I 361 sonetti sono disposti sulle intersezioni di un'ideale scacchiera 19 x 19, come quella del Go, e si dividono in "bianchi'' (positivi) e "neri'' (negativi), come le pedine del gioco. Ciascun sonetto si può leggere a quattro livelli: come singolo sonetto, come appartenente a un paragrafo, come singola pedina della partita, e come appartenente a una configurazione di pedine.

Un'altra singolare opera poetica di Roubaud è Trentuno al cubo (1973), una collezione di 31 poemi di 31 versi di 31 sillabe. L'indecomponibilità moltiplicativa del numero primo 31 suggerisce che non si tratti di un'opera combinatoria, nello stile dei Centomila miliardi di poemi di Queneau. E infatti la sua struttura si basa sulla decomposizione additiva di 31 nella somma di 5, 7, 5, 7 e 7, che viene usata in tre dimensioni: per la suddivisione in altezza dei poemi in gruppi, in lunghezza dei versi in strofe, e in larghezza delle sillabe in ritmi metrici.
Si tratta, in questo caso, di una doppia ispirazione giapponese: da un lato i ritmi dei tangka, 31 sillabe suddivise metricamente nel modo suddetto, e dall'altro lato i "poemi di poemi'' dei renga. Con un'ulteriore ispirazione derivante dai trovatori, secondo la definizione della poesia di Bernart Marti:

Ainsi je vais entrelaçant
les mots et rendant pour le sons
comme la langue est enlacée
a langue dans les baiser


Raymond Queneau

La poesia informa anche l'opera in prosa di Roubaud, soprattutto il ciclo romanzesco di Ortensia: La bella Ortensia (1985), Il ratto di Ortensia (1987) e L'esilio di Ortensia (1990). La struttura questa volta è ispirata a quella della sestina: 6 strofe di 6 versi ciascuna, le cui ultime parole 1, 2, 3, 4, 5, 6 vengono permutate da una strofa all'altra secondo lo schema 6, 1, 5, 2, 4, 3 inventato verso la fine del secolo XII da Arnault Daniel, il "miglior fabbro'' dantesco (Purgatorio, XVII, 117).

Si tratta di una permutazione di 6 elementi di ordine 6, che ritorna cioè al punto di partenza dopo 6 ripetizioni. Il che fa venire la curiosità di sapere per quali altri numeri n, oltre a 6, sia possibile costruire n-ine analoghe alla sestina, basate sulla stessa permutazione n, 1, n-1, 2, …. Queste forme di letteratura potenziale sono dette anche quenine in onore di Queneau, che attirò l'attenzione su di loro in Segni, cifre, lettere.

Roubaud ha affrontato nel 1993 il problema matematico, in uno dei suoi contributi alla Biblioteca Oulipiana. Naturalmente, alcuni numeri funzionano e altri no: ad esempio, "quartine'' analoghe alle sestine non esistono, ma "quattordicine'' sí. In generale, la soluzione è che le n-ine possono esistere solo se 2n+1 è un numero primo. E se lo è, esistono effettivamente se e solo se si ottiene 1 quando si moltiplica n per se stesso n o 2n volte e si divide il risultato per 2n+1.

Questo è ciò che la sestina ha ispirato al matematico Roubaud. Al letterato, invece, ha fatto venire in mente che si poteva scrivere un romanzo organizzandolo come una sestina: dividendolo, cioè, in 6 parti di 6 capitoli ciascuna, i cui argomenti vengono ripresi da una parte all'altra secondo lo schema della sestina. Naturalmente, come si può fare un poema di poemi, si può immaginare un romanzo di romanzi: l'idea era quindi di scrivere un ciclo di 6 romanzi di 6 parti ciascuno, costituente una gigantesca sestina di sestine, anche se poi il ciclo si è interrotto a metà.

Oltre che usata nella loro struttura, la sestina viene evocata nei tre romanzi innumerevoli volte: nel nome del principe Arnaut Danielskoi, nell'ordine di successione dei principi ereditari, nei tatuaggi sulle loro natiche, nella ciaccona in 36 variazioni, nell'Hexahexamithi in 36 novelle, nei piani delle torri della biblioteca, nei versi dell'ispettore poldevo, negli ordini delle bevande al bar, nelle ricette di cucina, … Tra l'altro, è proprio un'imperfezione nell'ordine ciclico di apparizione dei principi nei capitoli a permettere di scoprire l'assassino in Il ratto di Ortensia.

Sestine a parte, il ciclo costituisce una felice sintesi fra le forme senza contenuto di buona parte della letteratura oulipiana e i contenuti senza forma di un'altrettanto buona parte della letteratura convenzionale. I tre romanzi esibiscono anche una non comune dose di intelligenza, mentre è l'ingegnosità a prevalere ne La principessa Hoppy, che costituisce un'applicazione del cosiddetto principio di Roubaud: un testo che ha una struttura matematica, deve illustrare le proprietà della struttura.

Nel caso in questione, poichè il romanzo narra una storia di complotti fra quattro re, la sua struttura è basata sulla relazione "x complotta con y contro z''. All'interno della storia, dunque, la principessa e il suo cane determinano l'esatta natura algebrica della relazione. In particolare, scoprono che questa soddisfa la proprietà associativa: il re contro il quale complotta A, quando rende visita al re contro il quale complotta B, quando rende visita a C, dev'essere lo stesso contro il quale complotta il re contro il quale complotta A, quando rende visita a B, quando rende visita a C.

Come si può immaginare, seguire il filo del romanzo non è semplice e per questo motivo Roubaud si premura di fare decine di domande al lettore per verificare la sua comprensione. La cosa succedeva già nel ciclo di Ortensia, nel quale erano coinvolti in un intreccio di relazioni l'autore, il narratore, l'editore e, soprattutto, il lettore, per una volta protagonista non passivo (come è spesso sufficiente per la letteratura) ma attivo, com'è sempre necessario in Matematica.