IL GULAG DEI MATEMATICI

Piergiorgio Odifreddi

 

"La Matematica mi ha salvato la vita due volte'', dichiarò Aleksandr Solzenicyn nell'autobiografia per la Fondazione Nobel. Poichè il premio gli era stato assegnato per la Letteratura, la dichiarazione ha bisogno di una spiegazione.

Solzenicyn si laureò, in effetti, in Matematica e Fisica all'Università di Rostov sul Don, dov'era nato nel 1918 e vissuto fino al 1941. Quest'anno fatidico, che segna l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica, lo vede arruolarsi volontario e partire per il fronte. Già in guerra la sua educazione scientifica gioca un primo ruolo, destinandolo all'artiglieria con compiti di ricognizione. Sul campo ha modo di meritare varie decorazioni e di sopravvivere una prima volta.

Nel 1945, per aver chiamato Stalin "Nondimeno'' nella corrispondenza con un amico, viene condannato ai lavori forzati in Siberia. A questo proposito, l'autobiografia continua: "Probabilmente non sarei sopravvissuto agli otto anni di campi se non fossi stato trasferito, come matematico, in una "sharashka'', dove stetti quattro anni.''
L'esperienza sarà descritta in uno dei romanzi più noti di
Solzenicyn, "Il primo cerchio'', il cui titolo ribadisce che ci si
trova sí all'inferno, ma nel suo girone più mite.

Nella "sharanshka'' di Mavrino si facevano ricerche su ciò che
oggi chiameremmo "riconoscimento vocale'': come prendere l'impronta di ciascuna voce, in modo da poterla individuare fra le altre. Naturalmente, lo scopo (tuttaltro che scientifico) era la possibilità di identificare i responsabili di conversazioni telefoniche non politicamente corrette. In altre "sharashke'' si perseguivano obiettivi diversi, con scopi analoghi: come trasformare la cornetta in un microfono quando il telefono non è in uso, come usare i raggi infrarossi per fotografare al buio, come filmare tutti coloro che entrano in un edificio: insomma, quelle diavolerie da Grande Fratello che oggi sono di comune uso in Occidente.

Il romanzo descrive una settimana di vita dei detenuti-ricercatori, e in vari punti nomina Topologia, Probabilità, Teoria dei numeri, Teoria degli errori, integrazione numerica di equazioni differenziali, funzioni di Eulero e serie di Fourier. Esso si conclude con il trasferimento del protagonista matematico dalla "sharashka'' [CORSIVO] verso ulteriori e più profondi cerchi infernali. Questa è appunto la sorte che tocca a Solzenicyn, che finisce in un campo di lavoro per i prigionieri politici, dove lavora come muratore e contrae un tumore. Vive, cioè, le esperienze che racconterà in "Una giornata di Ivan Denisovich'' e "Reparto Cancro''.

Scontati gli otto anni e sopravvisuto sia ai campi che al tumore, nel 1953 viene condannato all'esilio perpetuo in Kazakhstan. Continua a questo proposito l'autobiografia: "durante il mio esilio, mi fu permesso di insegnare Matematica e Fisica, il che facilitò la mia esistenza e mi permise di scrivere. Se avessi avuto un'educazione letteraria probabilmente non sarei sopravvissuto a queste traversie e avrei subito ben altre pressioni.''

Nel 1956 si tiene il XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, che per la prima volta ammette i crimini dello stalinismo e inaugura un timido disgelo. Solzenicyn viene riabilitato, torna dalla deportazione e trova lavoro come insegnante di Matematica in una scuola media. Nel frattempo, continua a scrivere sulla sua esperienza nel Gulag, credendo che non avrebbe mai pubblicato una riga in vita.

Grazie a un effimero istante di apertura letteraria, esce invece nel 1962 "Una giornata di Ivan Denisovich'', che gli procura immediatamente ammiratori e detrattori. Dopo la caduta di Kruscev, che aveva personalmente autorizzato la pubblicazione, questi ultimi hanno la meglio, grazie anche alla lettera contro la censura che Solzenicyn aveva inviato nel 1967 al IV Congresso degli Scrittori Sovietici, e proibiscono la pubblicazione degli altri due suoi romanzi, che verranno stampati clandestinamente in Occidente nel 1968.

Rimane in quegli anni inedito l'immenso "Arcipelago Gulag'', nel quale la finzione letteraria cede il posto alla descrizione sistematica degli orrori del mondo che ruota attorno ai campi: l'arresto, l'istruttoria, le torture, i processi, la vita in cella, l'organizzazione del lavoro, i trasferimenti, le deportazioni di massa, gli scioperi della fame, le evasioni, il regime duro, le esecuzioni, il confino. I fantasmi delle vittime e degli aguzzini che popolavano i campi scorrono nel libro come cadaveri in una fiumana: uomini, donne, minorenni, detenuti politici e comuni, delinquenti, delatori e guardie costituiscono un flusso che minerà gli argini della società sovietica e finirà per farla franare.

Nel 1969 Solzenicyn viene espulso dall'Unione degli Scrittori. Nel 1970, con l'assegnazione del premio Nobel per la Letteratura, diventa ufficialmente il dissidente più noto dell'Unione Sovietica. Lo scrittore non si reca a Stoccolma a ritirare il premio, per timore di non essere più riammesso in patria. Nel 1974 la sua segretaria si impicca, dopo essere stata costretta dal KGB a rivelare il nascondiglio in cui si trova il manoscritto di "Arcipelago Gulag''. Solzenicyn, che era riuscito a trafugarne all'estero una copia, lo fa stampare con questa premessa: "A cuore stretto mi ero astenuto per anni dal pubblicare questo libro, già pronto: il dovere verso chi era vivo prendeva il sopravvento su quello verso i morti. Ma oggi che la Sicurezza dello Stato ha comunque in mano l'opera, non mi rimane altro che pubblicarla immediatamente.''

Subito espulso dall'Unione Sovietica, dopo un paio d'anni in Europa lo scrittore si stabilisce in Vermont. Viene accolto a braccia aperte, ma la sua luna di miele con gli Stati Uniti dura poco. Nel 1978, in un famoso discorso a Harvard, Solzenicyn prende lo spunto dal motto dell'Università, "Veritas'', e si lancia in un'inattesa lista di accuse contro l'Occidente: debolezza fisica, decadenza artistica, codardia civile, lassismo morale, formalismo giuridico, criminalità legalizzata, pubblicità rivoltante, irresponsabilità mediatica, strapotere giornalistico, sovrabbondanza di informazione, censura occulta, pregiudizi
di massa, superficialità diffusa, eccitazione artificiale, felicità simulata, antropocentrismo esasperato, materialismo tecnologico, mancanza di spiritualità, prevalenza dei diritti sui doveri, abuso della libertà, burocratizzazione, ...

Immediatamente rimosso anche dall'inconscio dell'Occidente, che mostra di non gradire il motto ``nè col comunismo, nè col consumismo'', lo scrittore si dedica alla stesura di "La ruota rossa'', una sterminata opera storica sugli eventi della storia russa fra l'entrata in guerra e lo scoppio della rivoluzione. Negli anni vengono pubblicati vari episodi, chiamati "nodi'': "Agosto 1914'', "Ottobre 1916'', "Marzo 1917'' e "Aprile 1917''. Ma essi non ricevono più l'attenzione che il pubblico e la critica avevano dedicato alle precedenti opere di denuncia militante.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell'Urss nel 1991 realizzano le condizioni per un insperato ritorno in patria di Solzenicyn.
Nel 1994 lo scrittore, sopravvissuto in un colpo solo agli Stati Uniti e all'Unione Sovietica, sbarca a Vladivostock dopo vent'anni di esilio, e arriva a Mosca dopo un viaggio in treno di due mesi per riacclimatarsi con il Paese. Scopre però di essere ormai stato superato dagli avvenimenti: i vessilli della dissidenza si afflosciano infatti, com'è il loro destino, quando il vento che li faceva sventolare ha (o sembra aver) cessato di infuriare.