Piergiorgio Odifreddi


MEMORANDUM PER UN GESUITA


Nel 1595 padre Matteo Ricci, il primo missionario ai quali i cinesi avevano aperto le porte del Celeste Impero, li stupí con un'esibizione che egli stesso racconta orgogliosamente:


Padre Matteo Ricci in costume di mandarino (1607)
"Essi scrissero molti ideogrammi, io li lessi una volta sola e riuscii poi a ripeterli tutti a memoria nell'ordine esatto in cui erano stati scritti. Rimasero tutti a bocca aperta, perchè parve loro una grande impresa. E allora, per aumentare il loro stupore, io presi a recitarglieli tutti allo stesso modo, ma questa volta dalla fine al principio. E tutti furono entusiasti, e parevano fuori di sè dall'emozione."

Benchè fosse un gesuita, Matteo Ricci non faceva miracoli: la sua memoria prodigiosa era il frutto di una tecnica precisa, che consisteva nell'associare vivaci immagini visive alle cose e alle parole da ricordare e nel disporle e conservarle in luoghi mentali dai quali potevano essere estratte a piacere. E' proprio questa tecnica che dà il titolo alla biografia "Il palazzo della memoria di Matteo Ricci" di Jonathan Spence (Saggiatore, 1987). Ed è ancora questa tecnica che lo stesso Ricci descrisse nel 1596 in un libretto in cinese, a beneficio degli aspiranti mandarini che dovevano memorizzare i 600.000 caratteri dei cinque classici sui quali si basavano gli esami e che ancor oggi si vedono incisi su una foresta di steli nel cortile del Collegio Imperiale a Pechino.


Disegno di Agostino Ricci per illustrare i principi dell'arte della memoria. (1595)
"L'arte della memoria", alla quale Frances Yates ha dedicato un classico studio omonimo (Einaudi, 1972), era non solo ben nota in Europa ai tempi di Ricci, che l'aveva imparata da studente al Collegio Gesuitico di Roma, ma anche oggetto di critiche feroci. Da un lato, era stata messa alla berlina da Rabelais in "Gargantua e Pantagruele" come un futile mezzo per ricordare tutto senza imparare niente.

Dall'altro lato, Francesco Bacone l'aveva attaccata come un funambolico esibizionismo di tassonomie, invece che di classificazioni. A Ricci, comunque, essa offrí la possibilità di arrivare a padroneggiare velocemente e perfettamente il complicato sistema di scrittura dei caratteri e di registrare in memoria una biblioteca che gli sarebbe stato impossibile trasportare fisicamente in Cina. A questo proposito, ancora alla fine dei suoi giorni egli scriverà: "io mi trovo in tanto mancamento di libri, che il più delle cose che io stampo, sono quelle che ho nella memoria''.

Il più, ma non tutte, perchè qualche testo di Matematica Ricci l'aveva portato con sè. Ma nel 1600, durante il suo viaggio di avvicinamento a Pechino, se li vide confiscare tutti perchè, come egli stesso scrisse, "in Cina è proibito sotto pena di morte studiare matematica senza l'autorizzazione del re''. I volumi gli furono restituiti per errore l'anno seguente ed eglí potè cosí dedicarsi fra l'altro a tradurre con il suo discepolo Xu Guangqi i primi sei libri degli Elementi di Euclide, che furono pubblicati nel 1607 con la seguente avvertenza: "riguardo a questo libro, quattro cose sono inutili: dubitare, congetturare, verificare, modificare. E quattro cose sono impossibili: rimuovere qualche passaggio, refutarlo, accorciarlo o spostarlo altrove".

Questa fu soltanto la più nota delle traduzioni matematiche di Ricci, che spaziarono dalla Trigonometria all'Algebra e furono tutte effettuate con la stessa tecnica: spiegando il contenuto ai collaboratori cinesi, che poi trascrivevano ciò che avevano capito. Questi libri posero fine alla fase autarchica della Matematica cinese e contribuirono a procurare a Ricci una grande fama, testimoniata dal fatto che egli fu uno dei pochissimi stranieri ad avere l'onore di essere citato nella storia ufficiale.

Forse ancor più che per i suoi lavori matematici, la gloria di Ricci derivava dalla sua famosa "Grande Mappa dei Diecimila Paesi" del 1602, in proiezione sferica schiacciata, che mostrò per la prima volta ai cinesi l'estensione del mondo conosciuto (abbellito da un'immaginaria isola del Friesland) e la posizione della Cina in esso. Una copia gigante del mappamondo, in sei pannelli separati, finí appesa alle pareti del palazzo imperiale a Pechino. Molte altre riproduzioni circolarono liberamente, contribuendo a dare un grande impulso alla cartografia cinese.

A proposito di Geografia, Ricci fu il primo a credere che la Cina a cui si arrivava per mare non fosse altro che il Catai a cui era arrivato Marco Polo per terra. Per confermare l'ipotesi, il gesuita Benito De Goes intraprese nel 1602 un viaggio che doveva portarlo dall'India a Pechino. Morí nel 1607, prima di completarlo, ma riuscendo comunque a raggiungere la Grande Muraglia e a comunicare per lettera a Ricci di aver finalmente dimostrato che "non vi è altro Catai, nè mai vi fu se non la Cina, e la città di Pechino è Cimbalù, e il re della Cina il Gran Cane''.

Avendo studiato a Roma sotto la guida di Clavio -il famoso astronomo al quale si deve la riforma del calendario adottata da Gregorio XIII nel 1582- Ricci si interessava anche ovviamente di Astronomia. In questo campo, però, lo scambio fu meno proficuo, in parte a causa dei fraintendimenti generati dal fatto che i sistemi europeo e cinese erano sostanzialmente ortogonali: eclittico e basato sull'osservazione delle costellazioni zoodiacali il primo, equatoriale e fondato sullo studio delle stelle circumpolari il secondo.

Alla base di questi fraintendimenti, c'era un evidente complesso di superiorità dei gesuiti, testimoniato ad esempio da ciò che lo stesso Ricci scrisse a proposito degli impressionanti strumenti astronomici cinesi risalenti al XIII secolo, che erano allora usati nei "Collegi dei Matematici'' e ancor oggi si possono vedere nel Museo Nazionale di Astronomia di Pechino: "i loro strumenti sono tutti fusi in bronzo, lavorati con grande perizia e superbamente adorni, cosí grandi ed eleganti che padre Matteo non ne aveva mai visti di migliori in Europa. Senza essere avventati possiamo dunque supporre che fossero l'opera di qualche straniero cui le nostre scienze erano familiari.''

Ancora di peggio si legge nelle due lettere che "padre Matteo'' scrisse il 28 ottobre e il 4 novembre 1595 a porposito delle "assurdità'' dei cinesi, tra le quali elencava le seguenti: "vi è un unico cielo (e non dieci). E' vuoto (e non solido). Le stelle si muovono nel vuoto (invece di essere incastonate al firmamento). Dove noi diciamo che vi è aria (tra le sfere), affermano che vi è uno spazio vuoto'', e cosí via. Più in generale, come riassunse Needham nella sua monumentale "Scienza e civiltà in Cina" (III.437), "la venuta dei gesuiti non fu affatto (come spesso si è cercato di far credere) una genuina benedizione per la scienza cinese''.

Non parliamo poi della religione, visto che i gesuiti erano sopra e prima di tutto dei missionari. Ricci cercò di contrabbandare il cristianesimo come il fondamento (teo)logico della scienza occidentale e di usare i successi di questa (ad esempio, la superiore capacità predittiva delle eclissi) come prove della validità di quella: un evidente non sequitur al quale i cinesi non abboccarono, facendo giustamente rilevare che "le sue sofisticate argomentazioni erano solo intelligenti giochi di parole''.


Palazzo Imperiale (o città Proibita)
Nonostante il lento progredire delle conversioni, a un certo punto Ricci sognò di poter convertire lo stesso imperatore Wanli. In realtà non riuscí mai nemmeno a vederlo di persona e, quando nel 1602 fu ricevuto a corte, dovette accontentarsi di prostrarsi di fronte a un trono vuoto.

In ogni caso, le reciproche percezioni religiose costituirono una vera e propria commedia degli equivoci, il cui copione si può leggere in "Cina e cristianesimo" di Jacques Gernet (Marietti, 1984).Ad esempio, mentre i cinesi confusero i cristiani con i musulmani per la barba che portavano, i missionari scambiarono il Sovrano del Cielo confuciano per Dio e la dea buddhista Guanyi per la Madonna.

Nonostante le reciproche difficoltà di comprensione, la porta di comunicazione fra le scienze e le religioni europee e cinesi si era comunque ormai aperta. La vita di Matteo Ricci si chiuse invece a Pechino nel 1610, tappa finale di un viaggio di sola andata iniziato a Lisbona nel 1578, che l'aveva condotto ad approdare in Cina nel 1583 e a raggiungere la capitale nel 1601, dopo un lento avvicinamento geografico che può essere considerato la metafora di un'altrettanto lenta scoperta culturale.