Piergiorgio Odifreddi

Insegna Logica Matematica presso le Università di Torino e di Cornell (USA).
Collabora con il quotidiano "La Repubblica" e ha vinto nel 1998 il Premio Galileo assegnatogli dall'Unione matematica italiana per la sua attività di divulgazione.
 

 

 


NON SOLO LOLITA


di Piergiorgio Odifreddi

 



Vladimir Nabokov, che si definiva "uno scrittore americano nato in Russia ed educato in Europa", descrisse la sua educazione letteraria infantile come "quella tipica [sic] di un bambino trilingue, che legge Carroll in inglese, Tolstoy in russo e Flaubert in francese''. Il suo nome trisillabo viene pronunciato con tre diversi accenti nelle tre lingue, quasi a celebrare foneticamente il mistero trinitario dell'entomologo di Harvard, del professore di Cornell e, soprattutto, dello scrittore di Lolita (1956).

La sua fama Nabokov la deve infatti alla ninfetta di cui coniò non solo il nome proprio, ma anche quello comune, subito passato nei dizionari a indicare le ragazzine (pre)puberali che fanno perdere la testa agli uomini (im)maturi: quelle alla Beatrice o alla Laura, per intenderci. Come se non bastasse, nel suo romanzo più sinfonicamente ambizioso, Ada o Ardore (1969), l'ormai settantenne scrittore affrontò il tema di un appassionato incesto tra fratello e sorella, iniziato nell'adolescenza e protrattosi fino alla vecchiaia.

Conscio che questo suo interesse per la "perversità" sessuale poteva attirare l'attenzione degli "specialisti" dell'inconscio, Nabokov decise di lanciare un attacco preventivo contro la psicanalisi, etichettandola come psichiatria voodoo e stregoneria viennese, ridendosela della volgarità di chi crede che i bubù mentali si possano curare con applicazioni di miti greci alle parti intime, e dichiarando che tutti i suoi libri avrebbero dovuto portare l'avvertimento: Freudiani, alla larga.

Ma non fu solo nei riguardi dei letterali "mentecatti", nel senso di ostaggi dell'inconscio, che Nabokov manifestò il suo disprezzo: ancor più lo profuse verso i lettori e i critici che affrontano i libri con il proposito infantile di identificarsi con i personaggi, o adolescenziale di imparare a vivere, o accademico di indulgere in generalizzazioni. L'unico approccio che lui accettava era, invece, di leggere i libri per la loro forma, la loro visione, la loro arte, identificandosi cioè con lo scrittore.

E proprio a divulgare questo approccio dedicò le Lezioni sulla letteratura (1980), che tenne per anni a Cornell all'insegna del motto: "Fatti, non interpretazioni, e che descrisse come un'indagine poliziesca sui misteri delle strutture letterarie. In esse, invece di divagare astrattamente su Anna Karenin ("senza a finale, per favore, perché non era una ballerina'') o sull'Ulisse, si concentrava su concretezze quali la disposizione di un vagone ferroviario o la pianta di una città. E una volta bocciò uno studente che gli aveva ripetuto ciò che aveva imparato nelle superiori: che in Mansfield Park le foglie sono verdi perché Fanny è speranzosa e il verde è il colore della speranza.

A questo naturalismo cretino e generico, Nabokov ne contrappose uno intelligente e specifico, scoprendo ad esempio che l'insetto in cui si era trasformato Gregor Samsa nelle Metamorfosi era uno scarabeo alato, e non uno scarafaggio: dunque, avrebbe potuto volare via dalla finestra, se solo lui o Kafka l'avessero saputo! Così effettivamente riuscirono a fare le farfalle che spesso svolazzarono via dal laboratorio di Harvard, dove lo scrittore-scienziato lavorò per sei anni, o dalle sue collezioni (raccolte in giro per il mondo e donate a vari musei) e approdarono in molti dei suoi libri: soprattutto in Il dono (1937 e 1963), un quinto del quale costituisce la biografia del padre entomologo del protagonista, e in Ada, in cui è invece l'eroina stessa a cacciare farfalle.

Di queste Nabokov parlò non solo letterariamente, ma anche tecnicamente, in una lunga lista di contributi a riviste specializzate, tre dei quali ripubblicati in Opinioni forti (1973). Così come non solo letterariamente, in La difesa (1930 e 1964), ma anche tecnicamente, sul Sunday Times e Evening News, parlò di scacchi: costruendo il romanzo alla maniera delle analisi retrograde elogiate da Sherlock Holmes, e contribuendo ai problemi teorici inventati per rilassarsi, poi ripubblicati in un'antologia che accosta singolarmente Poemi e problemi (1970).

Naturalmente, non sorprende che uno scacchista non sia stato insensibile ad altri giochi formali. Ad esempio, nel capitolo XXVI di Ada Nabokov descrive due sistemi crittografici usati dai protagonisti per scriversi in segreto: uno, a sostituzione variabile, consiste nel sostituire le lettere di una parola di lunghezza n con quelle che le seguono di n posti in ordine alfabetico; l'altro, a sostituzione costante, nel sostituire ogni lettera con le sue coordinate (numero del verso, e posizione della lettera nel verso) all'interno di un poema stabilito in precedenza. Un po' dovunque, ma soprattutto in Pale fire e Ada, sono qui profusi sofisticati giochi di parole: anagrammi (incest-nicest-insect, eros-rose-sore, logos-golos), doppiette (korona-vorona-korova in russo, che tradotto in inglese diventa crown-crow-cow!), allitterazioni (adored Ardis's ardors in arbors, o Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth), ecc.

Il gusto per la precisione e la razionalità, già esternato nella critica fattuale, nel lavoro entomologo e nei divertimenti scacchistici o formali, Nabokov lo coltivò anche nella traduzione letterale, producendo una controversa versione inglese dell'Eugenio Onegin (1965), completa di 1500 pagine di note, che scandalizzò i puristi. Ma una buona parte del suo tempo lo dedicò a tradurre se stesso: dapprima dal russo all'inglese e poi in direzione contraria, in un'attività che descrisse come abbreviare, espandere o comunque alterare i propri scritti in una lingua, nel tentativo di migliorarli in un'altra. Il passaggio dal russo all'inglese, perfettamente riuscito dall'esterno, dovette comunque risultargli estremamente doloroso dall'interno, se lo descrisse come "reimparare a maneggiare le cose dopo aver perso sette o otto dita in un'esplosione''.

I suoi diciassette romanzi nelle due lingue spaziano dalla fantascienza di L'occhio (1930 e 1965) alle utopie negative di Invito a una decapitazione (1935 e 1959) e Piega sinistra (1947), nei quali aleggiano atmosfere e risuonano temi tipici, rispettivamente, di Ubik, Il processo e 1984, anche se Nabokov non conosceva nè Dick, nè Kafka, nè Orwell quando li scrisse e non amò per nulla esser loro affiancato quando li conobbe. Ma i veri protagonisti delle sue opere più interessanti sono gli scrittori e i loro libri, reali o immaginari, a seconda che li si leggano dall'interno o dall'esterno della finzione.

Il suo capolavoro è probabilmente Fuoco pallido (1962), il cui titolo deriva da un'espressione che descrive il chiarore lunare in un verso di Shakespeare, e lo scorrere del tempo in uno di Yeats. Il singolare libro consiste di un poema di mille versi di John Shade, che Nabokov stesso definì il più grande dei poeti inventati, seguìto da un commento dieci volte più lungo, che poco a poco prende la mostruosa apparenza di un romanzo in contrappunto, continuamente giocato sul filo di un delizioso fraintendimento.

Ad esempio, riguardo ai versi 137--139, che parlano del miracolo della lemniscata lasciata sulla sabbia umida dalle ruote della bicicletta, il commentatore annota perplesso: "il dizionario definisce la lemniscata una quartica bicircolare e unicursale.
Non capisco cosa questo abbia a che fare con il ciclismo, e sospetto che la frase non abbia nessun significato". E ai versi 213--214, che riportano il sillogismo secondo cui "gli altri muoiono, ma io non sono gli altri, dunque non morirò'', ritorce: "questo potrà soddisfare un bambino, ma in seguito la vita ci insegna che noi siamo quegli altri" .

Così come è Nabokov stesso a essere spesso, anche se ovviamente solo parzialmente, gli scrittori che inventa, lasciando ovunque indizi di sè. Perché è lui Fyodor Godunov Cherdyntsev, il poeta russo emigrato a Berlino che scrive le biografie del padre entomologo e di Chernyshevski; alla fine del libro sogna di scrivere Il dono che ha appena terminato. Ed è lui Sebastian Knight, il romanziere russo nato a St. Petersburg nel 1899, al quale il fratello cerca di rendere giustizia letteraria in La vera vita di Sebastian Knight (1941). Ed è lui Timofey Pnin, il professore di russo che insegna nel college di Waindell, alias Cornell, in Pnin (1953). E, soprattutto, è lui il Vadim Vadimovich N. che sogna il premio Nobel e il ritorno in Russia e ripercorre in maniera parallela e allucinata la sua vera carriera letteraria in Guarda gli Arlecchini! (1974), il suo ultimo romanzo.

Queste reincarnazioni letterarie costituiscono una delle due facce della medaglia del ricordo di Nabokov, quella implicita. L'altra, esplicita, si trova nelle reminiscenze di Parla, memoria (1951 e 1966) e Opinioni forti, condotte coerentemente all'insegna di un desiderio che anche noi, nel nostro schizzo, abbiamo cercato di soddisfare: "Tutto ciè che chiedo ai miei biografi sono i semplici fatti, senza interpretazioni simboliche, deduzioni sconclusionate, tirate marxiste, o marciumi freudiani".