Piergiorgio Odifreddi

Insegna Logica Matematica presso le Università di Torino e di Cornell (USA).
Collabora con il quotidiano "La Repubblica" e ha vinto nel 1998 il Premio Galileo assegnatogli dall'Unione matematica italiana per la sua attività di divulgazione.
 

 

 

Intervista a

MARK HADDON

di Piergiorgio Odifreddi

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon (Einaudi, 2003) è uno dei successi editoriali dell’anno. Il romanzo, tradotto in decine di lingue, è narrato in prima persona da un ragazzo autistico che guarda il mondo sotto la specie della Matematica, al punto da numerare i capitoli del suo libro secondo la successione dei numeri primi.
Che sembri esserci un legame tra autismo e Matematica, è ben noto: ad esempio, in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello Oliver Sacks descrive due gemelli autistici che giocavano a scambiarsi grandi numeri primi. E i sintomi della sindrome di Asperger, di cui soffre il protagonista del romanzo di Haddon, sono tipici della caricatura dei matematici: più interessati alle cose che alle persone, poco comunicativi, ossessivi, asociali, maniacali, osservatori, classificatori e iperrazionalisti.
In realtà, più che ai matematici veri e propri questi sintomi sembrano applicarsi agli ingegneri, agli informatici e ai ragionieri: a quelle categorie di persone, cioè, che riducono la realtà a numeri e regole. E infatti, alcune indagini statistiche hanno rivelato un’anormale presenza di ingegneri (il 25%, due volte e mezzo superiore alla norma) nelle famiglie con storie di autismo. E lo stesso Bill Gates rivela sintomi da sindrome di Asperger, dall’eccezionale memoria infantile all’ipnotico dondolamento sulla sedia.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mark Haddon il 9 marzo 2004, in occasione della presentazione del suo libro alla Libreria Feltrinelli di Milano.


 

L’aspetto più immediato del suo libro è che esso si presenta come un racconto in prima persona fatto da un ragazzo autistico. Che esperienza ha nel campo?

Ho lavorato a lungo con ragazzi portatori di vari handicap e, ripensandoci, mi accorgo che qualcuno di loro era probabilmente autistico, anche se all’epoca nessuno li definiva così. Da allora l’argomento dell’handicap mi ha sempre interessato molto, soprattutto il fatto che gli invalidi non conducono vite molto diverse dagli altri: hanno gli stessi problemi di soldi, di famiglia, della lavatrice che si rompe, dei vicini troppo rumorosi ...

Ma a scuola vengono spesso segregati.

Non in quella dove ho lavorato io, che era in realtà un parco giochi rivolto a bambini di tutti i generi. C’erano portatori di handicap, ma erano mescolati con gli altri e spesso neppure noi insegnanti conoscevamo le loro problematiche. Questa è stata una lezione fondamentale, per me: se vuoi conoscere una persona, devi parlarci; non basta guardare l’etichetta che porta.

Perchè ha pensato a un romanzo proprio sull’autismo?

In realtà, il mio unico scopo era di buttare giù una paginetta che fosse così emozionante da convincere il lettore a proseguire nella lettura. La prima immagine che mi è venuta in mente -quella da cui è partita la narrazione- è il cane stecchito in un giardino, trafitto da un forcone. Non me ne vogliano i cinofili, ma trovo quell’immagine molto divertente. E ho pensato che sarebbe stata molto più divertente se fossi riuscito a esprimerla con un tono di voce molto neutro, senza tracce di emozione. Non avevo ancora finito di scrivere il primocapitolo, che già mi domandavo: “ma la voce narrante, di chi è?”

In altre parole, la scelta dell’autismo è stata accidentale?

Sì e ne sono felice. Perchè, se avessi voluto scrivere un libro sull’autismo in particolare -o sulla disabilità in generale- sarebbe stato pessimo e nessuno l’avrebbe letto.

E il protagonista è basato su qualcuno in particolare o è invece una sua invenzione?

In effetti non ho mai incontrato nessuno che assomigliasse a Christopher. E nessuno dei bambini dai quali ho tratto ispirazione è disabile. Ho descritto il personaggio mettendo insieme abitudini, comportamenti e schemi mentali di una serie di persone che ho veramente conosciuto: famigliari o amici, che singolarmente non sono certamente autistici, anche se messi insieme lo diventano. Per questo Christopher appare strano o bizzarro, anche se poi molta gente ci ritrova alcuni tratti di suo padre o di suo fratello.


Leggendo il libro, si percepisce una duplice angoscia: quella del ragazzo che soffre e quella dei suoi genitori che soffrono per lui e a causa sua. Che effetto ha avuto su di lei questa angoscia, nel periodo in cui l’ha immaginata e descritta?

Ogni scrittore finisce sempre per identificarsi con il suo personaggio, qualunque esso sia, ma alla fine della giornata ce lo si toglie di dosso, come se fosse un vecchio maglione. La stessa cosa succedeva con Christopher, anche se tutto sommato era piuttosto rassicurante mettersi nei suoi panni, entrare nel suo mondo e pensare i suoi pensieri. Un lettore mi ha detto che non gli sarebbe piaciuto vivere come Christopher per tutta la vita, ma per una settimana non sarebbe stato male non doversi preoccuparsi delle reazioni del prossimo e prendersi una vacanza dal mondo e dagli altri.


Perchè, però, rappresentare l’esperienza di un ragazzo autistico attraverso la prospettiva della Matematica?

La verità, molto semplice, è che io adoro la Matematica e i suoi enigmi. E siccome non è facile per uno scrittore far sfoggio della sua Matematica, appena c’è stata la possibilità non me la sono lasciata scappare! Anche se, da sola, la Matematica non sarebbe stata sufficiente e ho dovuto costruire una trama che ancorasse il lettore alle pagine del libro.

Ci sono però vari studi che collegano autismo e Matematica, nelle due direzioni: la Matematica come possibile salvezza dalla malattia ma anche come suo possibile detonatore.

Qualcuno ha descritto il mio libro come un romanzo che ha per protagonista un ragazzo con la mente Matematica, che per caso è anche autistico. Un mio amico matematico, invece, mi ha detto che il protagonista è semplicemente un giovane matematico con qualche leggero problema comportamentale. Secondo lui, la conclusione del libro dovrebbe essere che Christopher, dopo la laurea, intraprende una carriera universitaria, dove vivrà circondato da colleghi non troppo diversi da lui ...


Però a me sembra che il libro presenti una visione un po’ parodistica della Matematica: le regole meccaniche che, entro certi limiti, permettono a Christopher di sopravvivere, descrivono più il modo di procedere dei computer che quello dei matematici.

La cosa imbarazzante è che molte delle opinioni di Christopher sono anche le mie! Anch’io sono affascinato dalla scienza e la considero lo strumento per vedere il mondo e capire il senso delle cose. Quando avevo sette o otto anni, mi chiedevo spesso se l’universo fosse finito o infinito, e ancor oggi questo genere di cose mi trasmette quel senso di mistero che altri riescono a trovare soltanto nella religione.

In ogni caso, Christopher pensa soltanto in maniera formale. I veri ragionamenti, invece, e soprattutto quelli matematici, sono ben più complessi delle loro caricature formali.

Si tratta dei pensieri di un ragazzo di quindici anni, che ha necessariamente una visione riduttiva del mondo. Ma anche noi adulti organizziamo la nostra vita sulla base di un’infinità di piccole regole, di cui spesso non siamo consci perchè fanno parte della nostra quotidianità, come una sorta di tappezzeria della nostra vita. Alcuni trovano divertente il libro proprio perchè Christopher è conscio delle regole della sua vita e di quella degli altri, e a volte riesce a osservarle con distacco, fino ad ammettere che alcune sono ben strane.

Quali sono, precisamente, le caratteristiche della sindrome di Asperger di cui soffre il ragazzo?

E’ una forma di autismo ad alta funzionalità, che permette un buon livello di vita perchè presenta un alto livello intellettivo, pur unito a una grande incapacità relazione. Ma non vorrei entrare nei dettagli, in parte perchè non è il mio campo, e in parte perchè sembra essere molto difficile categorizzare con precisione questo genere di malattia.

Ho fatto questa domanda perchè, leggendo il libro, mi è sembrato che il ragazzo soffrisse piuttosto, o anche, di ebefrenia: dell’incapacità, cioè, di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Un problema dicomunicazione molto specifico, che si limita all’uso del linguaggio ed esclude completamente il metalinguaggio.

Questo è veramente uno dei paradossi fondamentali del libro. Christopher dovrebbe essere un pessimo narratore, proprio perchè capisce soltanto il significato letterale di ciò che gli viene detto, non comprende le emozioni, e gli sfugge sempre il quadro completo di ciò che gli sta attorno. Ma come scrittore ho notato una cosa interessante: che di fronte a un narratore di questo genere, al lettore rimane molto spazio per l’interpretazione. E infatti, alcuni hanno riso dalla prima pagina all’ultima, e altri hanno pianto: ciò che conta è come leggiamo, o non leggiamo, ciò che sta scritto.