CHE MATEMATICO

Piergiorgio Odifreddi


 

Il 5 luglio 1997 un gruppo di tecnici cubani, che stava scavando lungo la pista d'atterraggio del paesino di Vallegrande, in Bolivia, trovò in una fossa comune sette scheletri, uno dei quali senza mani. Due anni prima, in un'intervista, il generale Mario Vargas Salinas aveva confidato di aver partecipato, in quel luogo e trent'anni prima, all'occultamento notturno dei cadaveri di un gruppo di guerriglieri uccisi dall'esercito. La ricerca innescata da quell'intervista era finita.

Lo scheletro monco fu rimpatriato con tutti gli onori e venne tumulato in un mausoleo a Santa Clara, a duecentocinquanta chilometri dall'Avana. Apparteneva a un medico argentino di trentanove anni di nome Ernesto Guevara, detto ``Che''.

Per ironia della sorte, e quasi a sottolineare il fallimento della rivoluzione boliviana che il Che aveva inutilmente cercato di innescare, il ritrovamento era avvenuto poco dopo le elezioni del 1 giugno 1997, che avevano dissotterrato un altro scheletro: il generale Hugo Banzer Suarez, uno dei feroci dittatori che nei bui anni '70 avevano insanguinato il Sud America, da Pinochet in Cile a Videla in Argentina. A differenza di questi, però, ormai braccati dalla giustizia e agli arresti domiciliari, Banzer era riuscito a mimetizzare il pelo da lupo militare con una pelle d'agnello parlamentare e a farsi democraticamente eleggere presidente (sia pure soltanto con il venti per cento dei voti).

Il connubio tra rivoluzione e reazione, che sembrava proseguire anche negli episodi legati alla sua morte, aveva caratterizzato tutta la breve vita del Che, a partire dal 1954. In quell'anno gli Stati Uniti bombardarono il Guatemala e rovesciarono il governo ``terrorista'' di Jacobo Arbenz, reo di lesa maestà: di aver, cioè, messo fine al latifondo e nazionalizzato la United Fruit. Guevara, che aveva sposato una collaboratrice di Arbenz, scappò in Messico e l'anno dopo incontrò Castro. Convertito alla lotta contro il dittatore Fulgencio Batista, il Che diventerà il ``secondo uomo'' della rivoluzione cubana. Sarà lui, in particolare, a combattere la battaglia decisiva a Santa Clara, nel dicembre 1958 e a entrare la settimana dopo all'Avana.

E sarà lui l'anima marxista del nuovo governo. Tanto che, quando al Consiglio dei ministri del 26 novembre 1959 Castro domandò se fra i presenti c'era un economista, il Che capí "comunista'' e alzò la mano: si ritrovò cosí Governatore della Banca Cubana.

Chiese aiuto a un amico, il professore di Matematica Salvador Vilaseca, proponendogli di diventare Direttore Generale. Questi si schermí dicendo che non sapeva niente di banche, ma Guevara gli ricordò candidamente: "Neppure io''.

Vilaseca, che negli anni '70 fu ambasciatore cubano a Roma, narra in "Il Che che conobbi" che il nuovo Governatore decise, giustamente, di dover imparare la Matematica, e chiese a lui di insegnargliela. Per cinque anni il professore e il rivoluzionario si incontrarono due volte la settimana: il mercoledí dalle 8 alle 9, e il sabato dalle 8 a oltranza (il che significava, a volte, fino a notte). Il Che imparò Algebra, Geometria analitica e Analisi, fino a che nel 1964 il professore confessò all'allievo: "non ho più niente da insegnarti''.

Episodio, questo, che gli ingenui agiografi cubani semplificarono dicendo che ``il Che imparò tutta la Matematica conosciuta'' (dimenticando di aggiungere: ``da Vilaseca'').

A parte le esagerazioni, Guevara sapeva abbastanza Matematica da essere in grado di conoscere e usare, per le comunicazioni con Cuba durante la guerriglia boliviana, il codice inventato da Gilbert Vernam nel ``glorioso'' 1917. Un testo da cifrare veniva anzitutto tradotto in una sequenza di numeri, secondo una tabella fissa: una procedura che, da sola, non avrebbe offerto nessuna protezione. La sequenza veniva però appaiata, cifra per cifra, a una seconda sequenza casuale che costituiva la chiave. Il messaggio codificato consisteva della sequenza di numeri ottenuti sommando il messaggio originale e la chiave, cifra per cifra (senza riporti).

Come racconta lo stesso Che nel suo "Diario di Bolivia", lamentandosi a volte di aver sprecato ore intere per decifrare messaggi insignificanti, il processo era lungo e laborioso. Ma aveva il vantaggio di essere perfettamente sicuro, sia in teoria che in pratica: poichè la chiave era casuale, lo diventava anche il messaggio codificato, che poteva tranquillamente essere trasmesso per radio. Anche se fosse stato intercettato, senza la chiave non c'era niente da fare (e non ci sarebbe nemmeno oggi, neppure con il computer). Per risalire al messaggio originale bisognava sottrarre la chiave, ma quella la possedevano soltanto Castro e Guevara: quando i militari la trovarono addosso al Che, non sarebbe più servita.

Il 9 ottobre 1967, un giorno dopo essere stato ferito e catturato, il guerrigliero fu infatti freddato con due raffiche di mitra. L'ordine di assassinarlo fu dato personalmente dal dittatore boliviano Barrientos, dopo una visita all'Ambasciata degli Stati Uniti durante la quale si era consultato telefonicamente con il presidente Johnson. I due volevano evitare un processo di canonizzazione del guerrigliero, ma l'effetto fu ugualmente raggiunto dalle foto della sua esecuzione: il Che seminudo vi appare come un Cristo deposto dalla croce, sereno nonostante le torture inflittegli
dall'agente della CIA Félix Rodríguez, che aveva diretto la caccia all'uomo e la racconterà in "Guerriero ombra". Il cadavere, al quale furono tagliate le mani per un macabro confronto con le impronte digitali del passaporto argentino, fu seppellito segretamente a
Vallegrande con la supervisione di un altro agente della CIA, Gustavo Villoldo.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella vicenda è oggi di dominio pubblico, grazie ai documenti declassificati dell'Archivio di Sicurezza Nazionale. Si sa, ad esempio, che il battaglione che ebbe "torto" dei guerriglieri era stato addestrato e fiancheggiato dai Berretti Verdi e che Johnson riceveva aggiornamenti regolari sull'andamento delle operazioni. Da quegli stessi documenti risulta anche il ruolo dell'Unione Sovietica, che contribuí alla disfatta della guerriglia facendola boicottare dal Partito Comunista Boliviano. In altre parole, come disse lo stesso Che in un'altra occasione, i suoi due problemi principali furono ``l'imperialismo e l'imperialismo''.

Naturalmente ce n'erano stati anche altri, come dimostra la lettura del "Diario" dapprima sequestrato dai boliviani e poi rocambolescamente recuperato e pubblicato dai cubani. In particolare, il Che non riuscí mai a sollevare i contadini, sui quali aveva puntato. La sollevazione dei minatori fu invece repressa nel sangue ed essi continuano a lavorare ancor oggi come bestie: non più costretti a turni ininterrotti di tre mesi sotto terra, come nei secoli di sfruttamento spagnolo della favolosa vena d'argento di Potosí (nella quale in trecento anni morirono otto milioni di schiavi), ma pur sempre soggetti a condizioni che solo una perpetua masticazione di foglie di coca permette di sopportare.

L'avventura boliviana del Che era iniziata il 3 novembre 1966, quand'egli era entrato clandestinamente nel paese con occhiali e finta calvizie: una tenuta che aveva ingannato anche i figli, salutati in incognito prima di partire. La Bolivia fu scelta per la sua posizione di arretratezza e di centralità, nella speranza di accendere un fuoco che avrebbe potuto estendersi all'intero subcontinente. O, se si vuole, di iniziare una nuova partita a domino contro gli Stati Uniti, che ne stavano già giocando (e perdendo) un'altra in Indocina.

Purtroppo per il Che, oltre che per l'America Latina, le cose non andarono liscie come nella teoria del suo manuale "La guerra di guerriglia", la cui lettura aveva terrorizzato John Kennedy. Più che un sedicente Esercito di Liberazione Nazionale, la pratica del "Diario di Bolivia" descrive infatti un patetico gruppetto di guerriglieri sempre a corto di cibo e acqua,

in preda a malattie e sfortuna, vittime di defezioni e delazioni, incapaci non soltanto di fare nuovi proseliti, ma anche semplicemente di ritrovarsi dopo essersi divisi in due colonne.

La sua tragica passione e morte riscattarono però l'ultimo sfortunato anno della vita di Ernesto Che Guevara, determinando la sua resurrezione come una delle più diffuse icone della nostra era.