LA VERITA' DEL CAVALIERE ERRANTE

Piergiorgio Odifreddi

 


CAVALIERE DEMENTE IN LOTTA SPETTRALE

Madrid, Spagna. "Si attribuisce a isterismo da guerra la strana condotta di Don Chisciotte, un cavaliere locale che ieri mattina è stato arrestato mentre `combatteva' con un mulino a vento. Chisciotte non ha saputo dare \linebreak spiegazione dei suoi atti."



Questa notizia, apparsa sul "Toronto Star Weekly" il 20 agosto 1921 e firmata Ernst Hemingway, non è che una delle molteplici citazioni d'autore del "Don Chisciotte" : da Laurence Sterne, che in " Tristam Shandy" (IX.24) parla del ``mio amato Cervantes'', a Milan Kundera, che nell'"Arte del romanzo" lo definisce ``il fondatore dei Tempi moderni''.

L'attenzione dedicata dagli scrittori a un libro che inizia con un appello al lettore e termina con un discorso in prima persona della penna dell'autore, espone immediatamente la sua natura metalinguistica: la storia del cavaliere errante e del suo scudiero è infatti soltanto una scusa per parlare delle variegate facce della letteratura stessa, dal produttore al consumatore.

Per cominciare, sono proprio i libri a provocare la pazzia di Alonso Chisciano: la lettura di troppi romanzi cavallereschi gli ha bruciato il cervello, producendo un'inversione tra realtà e finzione. Don Chisciotte scambia i mulini a vento per giganti, le contadine per madonne, le osterie per castelli, i catini per elmi, . . . Il suo mondo è divenuto favola, secondo il motto di un altro matto, e la sua malattia finirà per contagiare molti, da Emma Bovary agli spettatori del Grande Fratello.

Se sono le (tele)novelle a provocare la malattia dello spirito di cui soffrono i vari Don Chisciotte, un possibile rimedio potrebbe essere la censura dei libri e l'oscuramento delle reti. Questa è appunto la via scelta dal curato e dal barbiere, che dopo la prima breve sortita del cavaliere errante epurano la sua biblioteca, facendo un falò dei romanzi incantatori: anche se, per la fretta e la stanchezza, buttano nel fuoco molti volumi che avrebbero dovuto salvare (I.6).

Fra i libri che si trovano nella biblioteca c'è anche la "Galatea" di Cervantes, il quale entra cosí a far parte della sua stessa storia. Ma non direttamente, perchè tra sè e il suo personaggio egli interpone una lunga serie di filtri: Don Chisciotte è un'illusione della fantasia malata del lettore Alonso Chisciano, protagonista di un romanzo scritto dallo storico arabo Cide Hamete Benengeli, tradotto da un moro e narrato da uno spagnolo che l'ha trovato
al mercato di Toledo (I.9). Questo gioco di finzioni multiple genera un libro vero di Cervantes, pubblicato nel 1605, che i personaggi della seconda parte hanno letto e discutono.

Nello scontro dialettico tra le due parti, una delle quali si è(s)materializzata all'interno dell'altra, si inserisce un terzo incomodo: una seconda parte falsa, ma veramente pubblicata nel 1614 da un tal Avellaneda. Cervantes ne venne a conoscenza quando ormai stava per terminare il proprio seguito, uscito l'anno dopo, e negli ultimi capitoli avanza continue rivendicazioni di autenticità. Ad esempio, uno dei protagonisti dell'apocrifo viene costretto a testimoniare ``di non aver visto quel che ha visto, e che non gli è successo quel che gli è Successo" (II.72). E di fronte alla porta dell'inferno i diavoli trattano il libro rivale come ``una palla piena di vento'' (II.70), giocandoci una partita a tennis con racchette infuocate.

Oltre che libri reali, più o meno autentici, nel "Don Chisciotte" si trovano vari libri immaginari. Nella prima parte il curato legge integralmente una fittizia "Novella dell'indagatore indiscreto", facendole immediatamente acquistare realtà (I.33--35). Nella seconda parte Cervantes, precorrendo Borges, recensisce le opere di un inesistente e innominato (il)letterato: "Il libro delle livree",l'"Ovidio spagnolo" e un "Supplemento a Virgilio Polidoro" (II.22).

Ma in che senso il seguito di una storia inventata può non essere autentico o le storie contenute in essa possono non essere immaginarie? E, per affrontare apertamente il vero dilemma del cavaliere "errante", che cos'è la verità? Cervantes dice esplicitamente che essa è "figlia della storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avvertenza dell'avvenire"(I.9).

Fu Borges a notare nel suo esilarante racconto "Pierre Menard, autore del Don Chisciotte" che, se nel Seicento questo era un mero elogio retorico, dopo il pragmatismo vi si può leggere che la verità non è ciò che avviene ma ciò che crediamo che avvenga: in perfetto accordo con il pensiero dei cavalieri erranti che vagano per i media, a cavallo o sul biscione.

Per quanto riguarda invece la verità logica, dovremo cercarla altrove:in Sancio Panza, che di Don Chisciotte fu il doppio. O viceversa, se Kafka vide giusto in un racconto della "Muraglia cinese", supponendo che Don Chisciotte fosse il diavolo di Sancio, da lui distratto con letture cavalleresche. Sia come sia, fu durante la separazione tra i due, quando lo scudiero era (o meglio, credeva di essere) governatore dell'isola di Baratteria, che gli si presentò sotto mentite spoglie il venerabile paradosso del mentitore.

Il caso da risolvere riguardava un ponte, che la legge permetteva di poter attraversare solo dopo aver dichiarato il motivo per cui si voleva attraversarlo. Se la dichiarazione era veritiera, il permesso era accordato. Se era mendace, la pena era l'impiccagione. Un giorno arrivò un tale che dichiarò di voler attraversare il ponte solo per essere impiccato in base alla legge.

Sancio notò che, poichè il tale diceva sia il vero che il falso, si poteva lasciar attraversare la parte che diceva il vero ed impiccare quella che diceva il falso. Questa salomonica soluzione, a sua volta paradossale, ne richiama in forma scherzosa una seria proposta da Aristotele: che quando una frase sembra essere allo stesso tempo vera e falsa, siano in realtà due suoi aspetti diversi ad esserlo.

Altrettanto paradossali risultano i contrasti dell'ignorante Sancio, che a volte esibisce un'inaspettata razionalità, e del colto Don Chisciotte, che spesso risulta preda di un'inspiegabile irrazionalità: ad esempio, quando dichiara che il cavaliere errante "deve sapere la Matematica, perchè ad ogni passo gli capiterà di averne bisogno" (II.18).

Mentre nella prima parte Don Chisciotte si inganna da solo, nella seconda parte viene ingannato da altri, a partire da Sancio stesso. Se la prima condizione rivela una vera e propria pazzia, la seconda è piuttosto una tonteria che prelude al rinsavimento. E infatti alla fine Chisciano guarisce, ma non sopravvive: incapace di sostituire un'immaginaria poesiacon la prosaica realtà, paga con la morte fisica una rinascita spirituale. Si conclude dunque in un ultimo, tragico paradosso la storia di un cavaliere che, ``nato per viver morendo" (II.59), visse ammattendo e morí rinsavendo.