L'articolo qui presentato compare nella raccolta di saggi "La Scienza nel Mezzogiorno dall'Unità d'Italia ad oggi", recentemente pubblicata dall'Editore Rubbettino. Ringraziamo per la disponibilità alla riproduzione l'autore e l'editore

 

 

Le scuole di Matematica

nel Sud d'Italia

dall'Unità alla Repubblica

di Pietro Nastasi

 

La scuola matematica

di Napoli

 

L'Università di Napoli, la più antica tra quelle ancora esistenti a fondarsi su un provvedimento sovrano, nasce con la generalis lictera di Federico II inviata da Siracusa il 5 giugno 1224. L'Università però, a partire dal Seicento, dovrà condividere con le scuole private il privilegio della formazione. Per quanto riguarda l'insegnamento della matematica fino al 1860 la situazione si può così riassumere: le cattedre di matematica, che erano solo due nel 1735 (Geometria, Astronomia e nautica), diventano quattro nel 1777 (Matematica analitica, Matematica sintetica, Meccanica, Astronomia e calendario) e costituiscono una Facoltà autonoma con l'aggiunta di altre due cattedre (Geografia e nautica, Architettura civile e geometria pratica). Con la riforma di Giuseppe Bonaparte del 1806 le cattedre restano sei (anche se con nomi leggermente diversi), mentre scendono a quattro con la riforma di Murat del 1811, ma all'interno di una Facoltà di “Matematica e Fisica” che ne prevede altre undici a indirizzo naturalistico.

Col ritorno dei Borboni nel 1816 fu mantenuta la Facoltà di “Matematica e Fisica”, ma il numero delle cattedre fu riportato a sei (Geometria piana e solida, Analisi elementare, Matematica sublime sintetica, Analisi sublime, Meccanica, Astronomia). Tale ordinamento restò in vigore fino al 1850, anno in cui viene ricostituita la “Facoltà di Matematica” con sette cattedre: Geometria con esposizione dei metodi antichi e moderni; Algebra; Calcolo infinitesimale; Applicazione dell'algebra alla Geometria; Meccanica razionale; Meccanica applicata e Geometria descrittiva; Astronomia, Geodesia e Geografia matematica.

Altro luogo di formazione superiore era costituito, a volte con maggiore modernità rispetto allo Studio federiciano, dal Collegio Militare della Nunziatella, dal Collegio di Marina, dalla Scuola di Applicazione di Ponti e Strade e, infine, dai numerosi studi privati [4].

Dopo l'Unità d'Italia, il Collegio di Marina fu ridotto al rango di Istituto secondario, mentre la Scuola di Applicazione di Ponti e Strade venne trasformata (1863) in Scuola di Applicazione per gli Ingegneri e poi (1904) in Scuola Superiore Politecnica. Quanto alla Facoltà di Matematica essa venne ristrutturata su undici cattedre (più due cattedre di “Disegno topografico” e “Disegno d'Architettura”):

Algebra complementare; Geometria analitica; Meccanica razionale;

Calcolo differ. e integ.; Geometria descrittiva; Geometria proiettiva [5];

Analisi superiore; Geometria Superiore; Astronomia;

Geodesia; Fisica matematica.

Fino alla riforma Gentile del 1923, Napoli – unica tra le grandi università del Regno – ebbe così due distinte Facoltà di Scienze, una per quelle matematiche e l'altra per quelle naturali, fisiche e chimiche. Questa “anomalia”, com'è stata chiamata con felice scelta [Gatto 2000], con la sua ricchezza di cattedre, ebbe un positivo impatto nel processo di sprovincializzazione della matematica napoletana e di adeguamento al livello delle sedi più importanti (Pisa, Pavia, Bologna). Per dare un'idea dei risultati raggiunti si pensi che fra il 1863 e il 1887 si laureano Gabriele Torelli (1849-1931), Giovanni De Berardinis (1846-1937), Pasquale del Pezzo (1859-1936), Alfonso Del Re (1859-1921), e Ernesto Pascal (1865-1940), tutti docenti nell'ateneo, e ancora Rubino Nicodemi (1850-1929) e Ulderigo Masoni (1860-1936), professori nella Scuola di Applicazione degli Ingegneri. A questi nomi vanno aggiunti quelli di Angelo Armenante (Roma), Vincenzo Mollame (Catania), Nicodemo Jadanza (Torino), Giuseppe Jung (Politecnico di Milano), Salvatore Ortu Carboni (Scuola Superiore di Commercio di Genova) e Giulio Pittarelli (Roma), professori di ruolo nelle sedi indicate in parentesi. Di scuola napoletana fu anche Enrico D'Ovidio (1843-1933) cui spetta il merito di aver posto le basi, all'Università di Torino, su cui qualche tempo dopo il suo arrivo (1872), per opera prevalente di Corrado Segre, che fu suo allievo, fu fondata la maggiore scuola geometrica d'Italia. Si era formato nello studio privato di Achille Sannia (1822-1892), ottenendo la laurea, senza esami, solo nel 1869, dopo che già insegnava da alcuni anni alla Scuola di Marina e al Liceo «Umberto».

Giuseppe Battaglini

Uno degli artefici principali di questa “rincorsa” è certamente Giuseppe Battaglini (1826-1894) che, per quanto avesse studiato alla Scuola degli Ingegneri di Napoli e privatamente, può sostanzialmente considerarsi un autodidatta. Era stato anche, per breve tempo (1850), “alunno” dell'Osservatorio astronomico di Capodimonte, da cui si era dimesso per non firmare una “spontanea” domanda al Re Ferdinando II di abolire la Costituzione del ‘48. Dopo la caduta dei Borboni, alla fine del 1860 era stato nominato professore di Geometria superiore nella riordinata Università di Napoli. Nel 1871 si era trasferito all'Università di Roma. Rimanendovi quindici anni e fungendovi anche da Rettore e da Preside di Facoltà. Nel 1863 aveva fondato a Napoli il prestigioso «Giornale di Matematiche per gli studenti delle Università italiane», i cui primi volumi erano concepiti come una vera palestra per gli studenti: contenevano infatti numerosi problemi proposti e risolti, discussioni, relazioni di corsi universitari, rassegne bibliografiche e critiche e sunti di lezioni. Fu solo al rientro a Napoli del Battaglini (1885) che la pubblicazione di Note e Memorie originali cominciò a prevalere e la Rivista assunse questo nuovo carattere nel 1894 quando, con il volume n. 32, ne assunse la direzione Alfredo Capelli (1855-1910), dando il via a una nuova serie con il titolo «Giornale di Matematiche di Battaglini».

Le chiamate a Napoli (1886) di Del Pezzo e dell'appena citato Capelli, assieme a quelle di poco posteriore di Ernesto Cesàro (1859-1906) e di Francesco Siacci (1839-1907), testimoniano l'avvenuta trasformazione della Facoltà matematica in “fulgido centro di sapere” (Miranda, p. 11). Capelli era soprattutto un algebrista, Del Pezzo un geometra, Cesàro un cultore efficace e famoso di Teoria dei numeri e il Siacci, infine, un profondo cultore di Balistica e di Meccanica analitica. «Paradossalmente però – annota Miranda – costoro brillarono più di luce propria che come maestri, tanto che il fenomeno del proselitismo scientifico si ridusse di molto». È per ovviare a tale preoccupante segnale di decadenza che Capelli promuove, nei primi anni del ‘900, la creazione del “Seminario Matematico” con lo scopo di avviare i giovani alla ricerca attraverso conferenze e lezioni complementari. Purtroppo scompaiono quasi tutti nello stesso torno di tempo e al loro posto emergono i già citati Torelli e Pascal assieme a Roberto Marcolongo (1862-1943) e Domenico Montesano (1863-1930), i quali cercarono di realizzare con grande entusiasmo i progetti di Capelli. Fra le iniziative più significative va segnalata quella di dotare ogni cattedra di un proprio “Gabinetto” con una sala di studio per il direttore e gli assistenti e una biblioteca specializzata. È proprio questa ricchezza di “gabinetti scientifici” a rendere significativa l'esperienza napoletana. Lo testimonia Mauro Picone (1885-1977) nella sua commemorazione di Pascal [6]:

A Napoli Ernesto Pascal fu più volte preside della facoltà di matematica e poi, per il mutato ordinamento universitario [1923], della facoltà di scienze fisiche matematiche e naturali. Egli esercitò tale carica con la Sua solita tenace operosità e con nuovissime concezioni sopra l'organizzazione dell'insegnamento della matematica. Creò un seminario matematico, e per ciascuna cattedra di matematica, un annesso laboratorio con dotazione propria, a disposizione del titolare della cattedra. Il seminario matematico ebbe vita rigogliosa specialmente nel primo quindicennio della sua fondazione.

I laboratori si svilupparono pur essi rapidamente, rivelandosi sovente un efficace mezzo per la ricerca e per l'insegnamento. Non mancarono critiche alla creazione dei laboratori, ritenendo molti, che un'unica ben organizzata biblioteca potesse bastare per tutte le cattedre di matematica, considerando che per la ricerca matematica non occorre, in fondo, che avere libri, carta, penna e calamaio.

Chi vi parla non fu mai tra questi critici; non vedo perché un professore di matematica non possa disporre utilmente, per il suo insegnamento e per la ricerca sua e dei suoi discepoli, di un laboratorio attrezzato come meglio creda e fornito di quei libri e periodici che gli occorrono più frequentemente. Diversa cosa è aver sottomano tutto ciò che occorre e diversa cosa è andare a cercarselo in una grande biblioteca, per scoprire poi, bene spesso, che quello che occorre non c'è, oppure è a prestito presso persona che, per esempio, non si può disturbare. Sì, c'era l'inconveniente che uno stesso libro potesse trovarsi a Napoli in più di un laboratorio, ma non mi pare, questo, inconveniente di tale gravità da bastare alla condanna dell'istituzione dei laboratori. Ai titolari delle cattedre, peraltro, il Pascal raccomandava che nell'abbonarsi ai periodici, guardassero bene, nei limiti della effettiva necessità, di non fare dei duplicati. Bene inteso, perché i laboratori avessero potuto rendere, bisognava che i professori avessero saputo adoperarli, dedicandovi tutta la giornata del loro lavoro, attorniati dai propri assistenti e discepoli. Bisognava che avessero imitato il Pascal che dedicava tutto il pomeriggio, fino a tarda ora della sera, al Suo laboratorio ed ai Suoi discepoli.

Del resto non mancarono, all'originale creazione del Pascal , frutti cospicui. Mi limiterò fra questi a citare la costruzione e la sperimentazione degli integrali ideati dal Pascal , i pregevoli lavori grafici compiuti e nel laboratorio di Pascal e in quello di Roberto Marcolongo , la raccolta di modelli meccanici in quest'ultimo e, finalmente, mi si consentito di ricordarlo, la fondazione dell'Istituto per le applicazioni del calcolo presso il laboratorio della cattedra di analisi infinitesimale.

E si può domandare: l'idea dell'Istituto nazionale per le applicazioni del calcolo e l'iniziale esperimento fatto delle sue possibilità, avrebbe potuto aver luogo se l'assertore di questa istituzione non avesse avuto a disposizione, con completa indipendenza, un laboratorio proprio? Io ritengo di poter affermare che tra i meriti di Ernesto Pascal è da annoverarsi anche quello della creazione dei laboratori di matematica nell'università di Napoli.

La citazione di Picone si apre, come si è visto, con l'accenno al “mutato ordinamento universitario”, cioè alla “riforma Gentile” che, con l'anno accademico 1923-24, metteva fine all'anomalia napoletana e unificava in una sola le due Facoltà di Scienze create dalla Legge Imbriani del 16 febbraio 1861. L'ovvia conseguenza è una energica cura dimagrante per le cattedre di ruolo che da undici si riducono a otto:

Analisi algebrica Geometria analitica (e proiettiva dal 1938/39)

Analisi infinitesimale Geometria descrittiva

Analisi superiore Geometria superiore (Astronomia dal 1935)

Meccanica razionale Fisica matematica.

Per completezza di informazione, va detto che in tutto il ventennio che va dalla riforma Gentile alla seconda guerra mondiale, il numero degli assistenti è di sette e quello dei professori incaricati oscilla fra sei e otto (compreso l'insegnamento di Matematica per Chimici e naturalisti). In questo periodo si segnalano, tra i docenti, Gaetano Scorza (1876-1939), Antonio Signorini (1888-1963) e il già citato Mauro Picone. I primi due portarono nell'insegnamento – scrive Miranda (p. 15) – “una ventata di novità e di modernismo” che si accompagnava a “un'esposizione assai chiara e stilisticamente perfetta”. Scorza, che ebbe per allievi il catanese Nicolò Spampinato (1892-1971) e il napoletano Salvatore Cherubino (1885-1970), era soprattutto un cultore di Algebra, disciplina in cui nel 1921 aveva pubblicato un trattato giustamente famoso: Corpi numerici e Algebre . Signorini era invece un allievo del periodo padovano di Tullio Levi-Civita (1873-1941) ed era un cultore di Meccanica. Ebbe anche lui molti allievi, ma dopo il suo trasferimento a Roma [7] (nel 1939, per sostituire Levi-Civita, cacciato dalle leggi razziali). Fra questi, Carlo Tolotti (1913-1991) che nel 1947 ne divenne il successore sulla cattedra di Meccanica razionale di Napoli.

Anche Picone fu come Scorza e Signorini un grande innovatore, dotato di un entusiasmo e di un dinamismo veramente straordinari, che riusciva a trasmettere ai suoi collaboratori. In pochi anni, dal 1925 al 1932, riesce a raccogliere intorno a sé un gruppo di giovanissimi di grande spessore: Renato Caccioppoli (1904-1959), Gianfranco Cimmino (1908-1989), Giuseppe Scorza Dragoni (1908-1996), figlio di Gaetano, e Carlo Miranda (1912-1982). Questi, assieme a Gabriele Mammana (1893-1942) che era stato a Catania il suo primo allievo, costituirono il primo nucleo di una folta e celebre scuola. Tutti svolsero una carriera rapida e brillante, lavorando soprattutto nel campo delle ricerche sulle equazioni funzionali e la teoria delle funzioni. A essi va associato Antonio Colucci (1896-1966) e il rumeno Dumitru Ioan Mangeron (1906-1991), poi docente di Meccanica al Politecnico di Iasi (1941). Centro dell'attività di Picone era il piccolo Istituto di Calcolo per l'Analisi numerica da lui fondato a Napoli a latere del suo Gabinetto di Calcolo infinitesimale, con fondi del Consorzio universitario. La simpatia con cui è stato accolto rendono tutto più facile, anche per mezzo degli amici ritrovati: Scorza e Signorini, ma soprattutto Luigi Amoroso, che insegnava all'Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali. Amoroso era anche consigliere di amministrazione del Banco di Napoli, allora diretto dal leggendario Don Nicola Miraglia (1835-1928), un grande servitore dello Stato che, dopo l'Unità d'Italia e un breve impegno politico quale segretario di Antonio Mordini, era entrato nel Ministero dell'Agricoltura, raggiungendo ben presto la promozione a Direttore Generale. Dopo un'altra breve parentesi politica – quale deputato al parlamento per la circoscrizione di Lagonegro – nel 1898 aveva accettato la nomina di Direttore Generale dell'ormai collassato Banco di Napoli cui, in trent'anni di rigorosa amministrazione, aveva saputo ridare nuovo vigore.

È certamente tramite Amoroso che “Don Nicola”, che pure era incline a una politica della lesina, scende in campo a favore del neonato laboratorio di Picone. Ecco la lettera che il 19 novembre 1925 indirizza a Ferruccio Zambonini, rettore dell'Università di Napoli [8]:

Sono autorevolmente informato che il Gabinetto di Calcolo infinitesimale della Università di Napoli non possiede una sufficiente dotazione di macchine calcolatrici, le quali tanto sono utili nelle ricerche di matematica applicata in generale ed in particolare nelle applicazioni alla Economia, alla Statistica, alla Finanza. Ciò è tanto più doloroso in quanto l'attuale titolare di calcolo della Università, il Prof. Mauro Picone, Suo collega, è ben noto a me come uno dei migliori rappresentanti in Italia del nuovo indirizzo di studi di matematica numerica, e sono conosciuti i successi da lui ottenuti in questo campo, durante la guerra, per il calcolo delle Tavole di Tiro.

Direttore Generale di uno degli Enti fondatori e sovventori del Consorzio della Università di Napoli, mi permetto di segnalare alla S.V. questa lacuna, ed esprimere al tempo stesso l'augurio che di essa si tenga conto nella distribuzione delle somme messe a disposizione del Consorzio per l'anno 1925-26. Io ritengo che 50 mila lire sarebbero sufficienti allo scopo, che rientra formalmente in quelli contemplati dall'articolo 2, comma b), del Consorzio, e metterebbero il laboratorio di Calcolo della Università di Napoli in condizioni di lavorare per il progresso della Scienza, per il lustro ed il decoro della nostra gloriosa Università.

Colla speranza che il mio augurio possa divenire realtà, con ogni osservanza mi confermo (...).

La lettera è importante nella misura in cui, finalmente, consente di fare luce sulle nebulose origini del piccolo Istituto napoletano, embrione del futuro “Istituto nazionale per le Applicazioni del Calcolo” (INAC) fondato a Roma nel 1932. Scontato l'interessamento di Amoroso, il personaggio autorevole che ha informato “Don Nicola” sul nuovo “indirizzo di studi di matematica numerica” e sui bisogni del neonato gabinetto di Calcolo, è nella lettera di “Don Nicola” che si fa cenno alle mitiche 50.000 mila lire (circa 30.000 euro di oggi) sempre presenti nelle ricostruzioni storiografiche aventi per oggetto l'INAC. La differenza è che quella somma non è stata data dal Banco di Napoli a Picone, ma proposta al rettore dell'Università nella distribuzione dei fondi del Consorzio universitario, cofinanziato dal Banco di Napoli. Siamo in grado di precisare l'entità del finanziamento reale pervenuto a Picone, da una lettera (del 21 luglio 1926) del nuovo rettore, il fisiologo Filippo Bottazzi (1867-1941), con la quale si informa Picone che il Consorzio ha deciso – nella seduta del 28 maggio – di assegnare al suo gabinetto la somma di 20.000 lire “per acquisto di macchine calcolatrici” [9]. Con altra lettera di pari data, Bottazzi informa Picone “che il Ministero della P.I. ha preso nota della domanda da Lei avanzata a mezzo di questo Rettorato per la concessione di un assegno straordinario di L. 25-mila a favore di codesto Istituto e si riserva di sottoporla all'esame del Comitato tecnico”. Il 14 marzo 1927 Bottazzi ancora informa Picone che la domanda per un assegno straordinario per acquisto di apparecchi scientifici è stata respinta dal Ministero “in considerazione specialmente dei limitati fondi disponibili in bilancio”.

Non sappiamo se e quanto negli anni successivi il Consorzio abbia continuato a finanziare il Gabinetto di Analisi al di fuori della dotazione annuale, che riteniamo modesta. Quello che importa sottolineare è che l'esperimento organizzativo poteva essere tentato, e lo fu, anche se la dotazione strumentale non sarà andata al di là di un paio di calcolatrici meccaniche Brunsviga (nell'archivio è presente un'offerta a Picone della casa costruttrice del 27 agosto 1926). Concludiamo il paragrafo col dire che riteniamo comunque corretto fissare al 1927 l'avvio dell'Istituto di Calcolo per l'Analisi numerica che per qualche anno, come scrive Miranda, “visse una vita modesta ma feconda in perfetta simbiosi con il Gabinetto di Analisi infinitesimale”.

In questo piccolo Istituto Picone compì le prime esperienze di calcolo numerico, dopo quelle sperimentate durante la “grande guerra”, e addestrò un gruppo di valenti calcolatori che lo seguirono a Roma, nel 1932, dove era stato chiamato a dirigere l'appena fondato INAC.

Si capisce dunque come l'allontanamento da Napoli di Picone, Scorza e Signorini abbia comportato un rallentamento notevole dell'attività scientifica, anche per il rapido peggiorare dell'atmosfera politica [10] e il sopraggiungere poi della guerra. Quando, dopo l'occupazione alleata e la liberazione di Roma (4 giugno 1944), i locali, che erano stati occupati dalle truppe americane, furono sgomberati e si riprese l'attività universitaria, la situazione era disperante: aule e mobili semidistrutti e i libri delle varie biblioteche ammucchiati a terra in uno stanzone, allora privo di pavimento, con gli schedari e gli inventari distrutti. La Facoltà, nella seduta del 28 settembre 1944, prese allora la decisione coraggiosa di fondere la miriade dei vari Istituti monocattedra (con l'eccezione di quelli di Geodesia e di Astronomia) in un unico Istituto matematico policattedra. Ecco quanto recita il verbale della seduta (in Miranda, p. 18):

Allo scopo di riorganizzare più rapidamente e più economicamente i locali adibiti alle Cattedre di matematica, la facoltà delibera la fusione degli attuali Istituti di Analisi algebrica, Analisi infinitesimale, Analisi superiore, Geometria analitica, Geometria descrittiva, Geometria superiore, Meccanica razionale, Fisica matematica e del Seminario Matematico in un unico Istituto di Matematica. In vista del carattere parzialmente sperimentale della loro attività rimarranno invece indipendenti l'Istituto di Geodesia e quello di Astronomia.

Tale fusione, con la quale si verrà a realizzare anche a Napoli un'organizzazione degli studi di matematica simile a quella vigente in quasi tutte le Università italiane e straniere, presenta i seguenti vantaggi:

a) una migliore utilizzazione dei fondi a disposizione delle Cattedre di Matematica, i quali, anziché disperdersi in otto dotazioni irrisorie, saranno riuniti in un'unica dotazione, permettendo così di realizzare un'economia non indifferente nelle piccole spese;

b) la possibilità di creare un'unica biblioteca evitando così l'acquisto di inutili doppioni e permettendo anzi, mediante l'alienazione eventuale dei molti doppioni che risulteranno, la creazione di un fondo di riserva che potrà servire a ricostruire almeno in parte le collezioni di libri e riviste rimaste incomplete a causa della guerra;

c) la possibilità di un'utilizzazione più razionale dei vari locali, che permetterà la creazione di nuove aule, di cui si ha assoluto ed urgente bisogno.

Il direttore del nuovo Istituto, che sarebbe stato eletto ogni due anni dalla facoltà e nominato con decreto rettorale, si sarebbe occupato della direzione della biblioteca e di tutto ciò che riguardava l'amministrazione, mentre restava ai singoli docenti la responsabilità scientifico-didattica degli assistenti. “Chi ha conosciuto quei tempi”, commenta Miranda, sa che si trattò di “un vero e proprio colpo di mano reso possibile dalle particolari circostanze del momento e che rompeva decisamente con un passato che, dopo aver conosciuto momenti di vero fulgore, era giunto ormai a una fase di completa involuzione”.

Carlo Miranda

All'indomani della guerra i matematici presenti erano solo Caccioppoli, l'astronomo Vittorio Nobile (1875-1966) e Carlo Miranda (chiamato a Napoli per le Istituzioni di Matematica poco prima dell'occupazione). L'analista Giulio Andreoli (1892-1969) era stato infatti epurato e sospeso dall'insegnamento (quando verrà riammesso, passerà a insegnare presso la Facoltà di Architettura). Per il conferimento di incarichi o supplenze si poteva fare affidamento sulle libere docenti Maria Del Re e Maria Miglio e, in misura minore, sul già citato Colucci e su Mario Pascal (1896-1949), entrambi professori di ruolo all'Accademia aeronautica. Il peso delle esercitazioni era interamente sulle spalle della Del Re (assistente di Geometria), su don Savino Coronato (assistente di Analisi e amico fedele di Caccioppoli) e su Federico Cafiero (1914-1980) (assistente volontario con Miranda).

Nell'immediato dopoguerra i corsi fondamentali furono tenuti da Caccioppoli e Miranda per quanto riguarda l'Analisi, da Nicolò Spampinato e Guido Zappa (n. 1915) per quanto riguarda la Geometria e dal già ricordato Tolotti per la Meccanica. Molto più nutrito il numero dei ricercatori che si sono formati a Napoli o che in qualche modo hanno collaborato con i matematici napoletani. Tra essi, oltre a quelli già citati, ci limitiamo a segnalare ancora: Guido Stampacchia (1922-1978) e Carlo Ciliberto (1923-2004) per l'Analisi, e Rodolfo Permutti (1922-2002) per l'Algebra. È in questo quadro di intensa ripresa dell'attività di ricerca che viene ridato slancio all'attività editoriale inaugurando la quarta serie del Giornale di Battaglini (la cui direzione è affidata a Caccioppoli e Miranda) e fondando una nuova rivista, Ricerche di Matematiche , diretta ancora da Miranda e un Comitato di redazione composto da Caccioppoli, Spampinato, Tolotti e Zappa. Come si evince già da questi pochi nomi, l'attività di ricerca è principalmente rivolta alla Teoria della misura e dell'integrazione, al Calcolo delle variazioni e alla Teoria delle equazioni differenziali, alla Teoria dei gruppi, alla Geometria algebrica, alla Teoria della stabilità e alla Meccanica dei sistemi continui.

Il clima di intensa ripresa dell'attività scientifica è testimoniato da una lettera di Miranda a Picone del 18 febbraio 1947, nella quale il matematico napoletano scrive [11]:

Renato [Caccioppoli] è tornato dal concorso pieno di buone intenzioni. Ha cominciato a regalare agli assistenti una dozzina di temi di ricerche assai graziose e si è provvisto di qualche libro per le sue ricerche personali. Pare che voglia affrontare il problema della misura delle varietà di una S n . Questa però è un'indiscrezione di cui vi prego di non parlare nemmeno con lui a meno che lui stesso non ve ne parli. Voi sapete bene qual'è la sua “pudicizia” in queste cose.

È in questo clima che finalmente anche l'Unione Matematica Italiana si ricorda dei matematici napoletani e progetta di far tenere a Napoli il suo terzo congresso nazionale. Lo scrive Enrico Bompiani in una lunga lettera programmatica del 29 agosto 1946 a Luigi Berzolari, Presidente dell'Unione [12]:

Si è poi parlato del Congresso 1947. Prima questione la sede . (...) Riterremmo opportuno, per ragioni evidenti di equità, che il prossimo si tenesse nel centro-sud. Escluderei Roma per ragioni personali (si ritornerebbe a dire che Severi vuol essere il dittatore della matematica, e si direbbe male anche di me). Non sarebbe invece da escludere Napoli. Sansone propone di scrivere (e potrei farlo io, come iniziativa personale, senza vincolare te) a Miranda per sentire se a Napoli si sentirebbero di organizzare il Congresso. Se accettano bene; se no, non avrebbero più ragione di lagnarsi di esser tenuti da parte. E allora si ritornerebbe all'idea di Firenze.

Bompiani scrive effettivamente più volte a Miranda nel senso da lui indicato a Berzolari e Miranda, pur dichiarando la sua personale adesione all'idea, si riserva di parlarne con i colleghi. Alla fine la risposta è negativa per le ragioni esposte da Miranda nella lettera a Bompiani del 4 ottobre 1946:

Caro Professore,

dopo essermi consultato con alcuni dei colleghi presenti a Napoli, ho dovuto purtroppo venire nella convinzione che almeno per qualche anno non sarà possibile tenere a Napoli alcun congresso. Non è la buona volontà che ci manca, ma l'impossibilità di trovare alloggio per i congressisti. Infatti qui a Napoli i tedeschi prima di abbandonare la città incendiarono tutti gli alberghi e solo da qualche settimana si è incominciato a riattarne un paio, per cui è prevedibile che anche fra un anno la situazione sarà poco variata. In attesa di tempi migliori per la mia città ritengo conveniente che il prossimo congresso abbia luogo a Roma, sede facilmente raggiungibile da tutta Italia.

Così il terzo congresso dell'Unione Matematica si tenne a Pisa dal 23 al 26 settembre 1948, affidando a Tolotti una delle sei conferenze generali. Napoli ospiterà invece il sesto Congresso, tenutosi dall'11 al 16 settembre 1959. Non vi partecipò Renato Caccioppoli, “che con la sua opera generosa e geniale aveva dato il massimo impulso all'attività scientifica dell'Istituto” (Miranda, p. 30). Si era suicidato l'8 maggio di quell'anno.

 

Note

[4] Si osservi che anche i docenti universitari potevano tenere scuole private purché su insegnamenti diversi da quelli dei corsi pubblici.

[5] Dal 1876, quando sostituisce l'insegnamento della Meccanica celeste.

[6] Cfr. M. Picone, Ernesto Pascal. Commemorazione letta dal socio ordinario Mauro Picone nell'adunanza del dì 8 novembre 1941, Rend. Accad. Sc. Fis. Mat. Napoli , (4) 12 (1941/42), pp. 53-70.

[7] Per una fortuita combinazione di circostanze, lo avevano già preceduto Picone (1932) e Scorza (1935).

[8] Ferruccio Zambonini (1880-1932), fu professore di mineralogia nelle università di Sassari, Palermo e Torino e di chimica in quella di Napoli, di cui fu anche rettore nel triennio 1923-25. Importanti le sue numerose ricerche sui minerali del Lazio e del Vesuvio, dove scoprì molte nuove specie.

[9] La lettera nell'Archivio Storico dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo in Roma.

[10] Racconta Miranda (p. 16) che negli anni tra il 1938 e il '39 per discutere con Caccioppoli dovette spesso incontrarlo “in una casa di salute in cui egli si era ricoverato, simulando inesistenti disturbi nervosi, per sottrarsi alle persecuzioni politiche e poliziesche”.

[11] La lettera nell'Archivio storico dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo.

[12] La lettera nell'Archivio “Bompiani” dell'Unione Matematica Italiana.