Alcuni racconti di Elisabetta Strickland, ispirati al mondo matematico, sono già comparsi nella raccolta I numeri nel cuore (di Ciro Ciliberto, Fausto Saleri ed Elisabetta Strickland), pubblicato l'anno scorso da Springer.

Dopo aver pubblicato, alcune settimane fa, un primo racconto inedito di Elisabetta Strickland (L'intimidazione), proponiamo ora un nuovo racconto autobiografico dell'autrice,
"Il thermos portafortuna",
che rievoca una fase rilevante della storia italiana.

 

Elisabetta Strickland è nata a Roma. Ha vissuto in Gran Bretagna, a Venezia, a Roma ed ha trascorso lunghi periodi di studio e ricerca negli Stati Uniti, in India, Giappone, Canada. Laureata a Roma, a “La Sapienza”, attualmente è docente di Algebra presso l'Università di Roma “Tor Vergata” ed è Vice Presidente dell' “Istituto Nazionale di Alta Matematica”. Appassionata di vela, fotografia e letteratura (non solo scientifica), ha pubblicato racconti e articoli su riviste specializzate italiane e straniere ed è autrice di due libri di narrativa, L'ombrello non è mio, Aracne 2003, e il già citato I numeri nel cuore.

 

 

IL THERMOS PORTAFORTUNA

di Elisabetta Strickland

 

Vidi per la prima volta il relatore della mia tesi di laurea all'inizio del corso di Algebra, nello storico anno accademico 1967-1968. All'epoca era molto coinvolto con le sue attività politiche, ma gli piaceva anche insegnare: entrava nell'aula III dell'Istituto Matematico “Guido Castelnuovo” all'Università di Roma “La Sapienza” indossando i suoi completi scuri ben tagliati e guardava compiaciuto la massa dei suoi seicento studenti, dicendo battute del tipo: “Se avete capito questa formula, avete capito tutto il corso!” e noi ci credevamo e poiché sceglieva una formula elementare per accompagnare queste esternazioni, ci mettevamo di buon umore.

I corsi allora erano annuali, cioè cominciavano i primi di novembre e finivano gli ultimi giorni di maggio. In quel particolare anno accademico, qualunque attività didattica e di studio si portava avanti in un contesto davvero anomalo e l'atmosfera che si respirava all'interno delle mura de “La Sapienza” era a dir poco caotica. Grandi cambiamenti erano in atto e capitava di assistere ad una lezione e all'improvviso di doversi rifugiare nello scantinato dell'Istituto, perché fuori la polizia caricava i dimostranti e volavano sassi e oggetti vari contro le finestre. In una famosa occasione, dalle aule di Giurisprudenza che erano lì vicino, vennero giù anche seggiole e cattedre. Quasi sempre durante quei bailamme i lacrimogeni rendevano l'aria irrespirabile e non si sapeva che pesci prendere.

Ricordo in particolare la mattina in cui ci furono i famosi scontri a Valle Giulia, dove si trovava la Facoltà di Architettura.
Mentre cercavamo di uscire dalla città universitaria assediata dalle forze dell'ordine per raggiungere i nostri compagni di corso che si erano già recati laggiù, dovetti chiudermi in una cabina telefonica perché gli schiumogeni avevano coperto tutte le auto in sosta ed alcuni passanti. Dall'interno della cabina vedevo la schiuma scivolare in abbondanza lungo le pareti e non mi riusciva più di capire se degli oggetti contundenti fossero in dirittura di arrivo sui vetri. Ero terrorizzata.

 


Gli scontri di Valle Giulia, 1° marzo 1968

 

In quel periodo facevo parte di un gruppetto di zelanti che si barcamenava tra studiare senza perdere troppe lezioni e allo stesso tempo capire quello che stava succedendo e adattarlo alla propria pelle.

C'erano giorni molto confusi, perché sembrava che non si sarebbe arrivati da nessuna parte, altri in cui ci si sentiva degli eroi, perché la voglia di cambiare le regole era così grande da rispedirci comunque il giorno dopo in campo, tra un'assemblea ed un corteo, tra una occupazione ed un lembo di corso che si sperava non andasse in pezzi, nonostante tutto. Le discussioni sul senso delle cose erano infinite e, in questo caos, il mio relatore era l'unico tra i docenti che cercava di avere un dialogo con noi studenti. Ricordo distintamente che la mia confusione era totale, giravo impavida nella biblioteca, quando non c'erano sassaiole fuori, indossando un impermeabile di cirè giallo che quell'anno andava di moda, e che serviva a me non tanto per la pioggia, che non era affatto frequente, quanto per dare un po' nell'occhio e trovare qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.

Conobbi in quel glorioso periodo quello che poi diventò mio marito. Passavo nel corridoio e lo vedevo appoggiato con aria torva a qualche termosifone, mi squadrava da capo a piedi e restava impassibile. Ero certa che lo scopo principale del suo sguardo era controllare la lunghezza della mia gonna, molti anni dopo me lo confessò senza problemi. Non riuscivo mai a capire se era antipatico da morire o il suo fosse un atteggiamento accuratamente studiato perché qualcuno gli aveva detto che le donne vanno trattate male, allora sì che mostrano interesse. Nel dubbio gli facevo dei saluti cordiali, magari si sarebbe sciolto un poco. Il problema era che in Matematica se la cavava piuttosto bene. Avevamo tecniche di studio molto diverse, io ero metodica ed agivo a tappeto, lui focalizzava la sua attenzione su qualche punto specifico e rompeva le scatole a chiunque avesse la sventura di incontrarlo con interminabili discussioni volte a sviscerare il nodo in questione. Ci misi anni a capire che con il suo sistema si andava più a fondo.

Inoltre era famoso per fare le occupazioni con orario d'ufficio. Cioè la mattina arrivava verso le undici, occupava per un paio d'ore, poi andava a pranzo a casa, tanto abitava vicino all'università. Nel pomeriggio andava a prendere il thè al Babington o partecipava a dei raduni semipolitici in una casa popolata da camerieri e gallerie di ritratti di antenati. Io rifiutavo di andarci, mi sembrava che lì tutti vendessero aria fritta. Naturalmente questo ritmo lui se lo poteva permettere, dato che studiava sugli appunti che gli passavo io, che invece mi alzavo prestissimo per occupare uno dei posti in prima fila e quindi non mi perdevo una parola delle lezioni.

 


Il Babington's

 

In realtà non trovavo realmente inquietante questo suo modo di procedere, mi sembrava che con quell'aria svagata che aveva quando arrivava in Istituto sul tardi, trascinandosi assonnato dentro una sinistra pelliccia di coniglio che aveva comperato a Londra e che era lunga fin per terra, mentre io ero lì già da tre ore e mi ero divorata almeno un paio d'etti di pizza al pomodoro per ripristinare le energie perdute, probabilmente alla resa dei conti non avrebbe battuto un chiodo. E invece è diventato un matematico di chiara fama, il che conferma che non bisogna mai fidarsi delle apparenze.

Verso la fine dell'inverno il mio relatore ebbe un infarto e noi ci restammo molto male, anche perché venne sostituito da un assistente assai meno gioviale, che ci raccontò la nuda verità sull'Algebra astratta e cioè che non era così elementare, per cui una gran parte dei seicento accoliti cominciò a pensare di non aver scelto la strada giusta.

Io tenevo duro, provenivo da un ottimo liceo scientifico ed avevo avuto un professore di Matematica bravissimo, di quelli che spezzano le reni. Tuttavia quel tipo di Algebra era nuova anche per me e rispetto alla altre materie che seguivamo in quel primo anno, cioè analisi, Geometria e Fisica, la più ostica era proprio lei, che poi invece diventò il mio pane quotidiano.

Comunque, il nostro professore dopo un paio di mesi di convalescenza si riprese dall'infarto e nel mese di maggio riapparve, in un battimani generale. Non si risparmiò nonostante il cuore malandato e partecipò ad una serie di assemblee caldissime, durante le quali cercava di trasmettere il suo punto di vista che, ovviamente, era coerente con le sue idee politiche. Io stavo a sentire lui e gli altri durante gli interventi, finché un giorno mi parve di vederci chiaro (in Politica, non in Algebra) e decisi di fare a mia volta un intervento. Scesi giù dalle scale e salii sulla pedana della cattedra in aula III, che era l'aula più grande e nevralgica del “Castelnuovo”, vestita con una minigonna color panna ed un maglioncino arancione. Silenzio generale. Gesticolai e mi dimenai per dieci minuti circa, il tutto per dire che ero favorevole al blocco totale della didattica e degli esami. Grandi applausi e poi il relatore venne a stringermi la mano, dicendo che l'intervento gli era piaciuto. Io mi sentii una pasionaria molto, ma molto impegnata, e da quel momento in poi mi sembrò anche di cominciare a capire bene l'Algebra. Il blocco degli esami saltò in extremis e diedi, come Dio volle, l'esame al preappello.

Quello stesso giorno si seppe che in un attentato era morto Bob Kennedy, quando tornai a casa trovai mia madre ammutolita davanti al televisore che era combattuta tra essere felice per l'esito del mio esame e essere triste per quella scomparsa improvvisa. Alla fine si mantenne abilmente nel mezzo, per non rovinarmi la giornata, che comunque, a causa di quel fatto, oramai non avrebbe mai potuto essere perfetta.

Nei tre anni successivi superai anche Algebra superiore, finché alla fine del terz'anno, visto che avevo dato gran parte degli esami, chiesi la tesi di laurea. Non ero molto esperta allora di meccanismi accademici, per cui, dopo il colloquio in cui il mio relatore accettò di darmi la tesi, tornai a casa pensando che prima o poi mi avrebbe fatto sapere che aveva pensato ad un argomento su cui svolgerla e quindi era il caso che mi presentassi da lui per avere un'idea sulla strada da percorrere. Ma non accadde. Il tempo passava e non dava segni di vita e io non avevo il coraggio di insistere. Tuttavia la fortuna aiuta gli audaci e arrivò a Roma a fare una serie di seminari un matematico americano, che era un esperto nella teoria di un tipo di struttura algebrica che ci vendette molto bene.

Io mi entusiasmai e mi feci dare un po'di cose da leggere. In un suo articolo trovai un problema aperto e decisi che potevo tentare di risolverlo, tutto questo senza essermi consigliata con nessuno e senza che mi venisse data alcuna direttiva. Così passai la primavera del mio quarto anno a spulciare testi e altri articoli per venire a capo del problema, andai dal relatore a dirgli che cosa mi ero messa a fare e lui si mostrò interessato. Trovai la spinta per continuare ed alla fine di maggio mi parve di esserci riuscita. Gli portai quello che avevo fatto, glielo raccontai per bene e lui disse che gli sembrava corretto.

Nell'entusiasmo scrissi anche all'americano, che nel frattempo era tornato negli Stati Uniti. Quest'ultimo fu gentile, rispose piuttosto in fretta e disse che quello che avevo fatto andava bene. Quando aprii e lessi la lettera, raggiunsi il nirvana, che soddisfazione, ero capace di dimostrare qualcosa! Ma non me la sentii di dire al mio relatore che avevo fatto un “double check”, semplicemente gli chiesi l'autorizzazione a scrivere il tutto e a concludere la tesi. Lui non fece la minima opposizione ed il giorno in cui la prima ed unica stesura fu battuta perfettamente a macchina con la mia Olivetti Lettera 22 e rilegata in tela rossa, mi presentai nel suo studio per fargli firmare le varie copie.

 


La "Olivetti Lettera 22"

 

Aveva uno degli uffici migliori del “Castelnuovo”, cioè uno di quelli affacciati sulla fontana della Minerva e nei giorni di sole, quando gli studenti se ne stavano seduti sull'erba delle aiuole vicine al Rettorato, lo spettacolo da quella finestra era davvero bello.

Entrai nel suo ufficio con aria molto decisa e mi misi alla lavagna ad illustrargli la scaletta del contenuto, ma il mio trasporto nell'esposizione fu eccessivo, perché ad un certo punto, con un ampio gesto della mano, feci volare in aria e poi atterrare sul pavimento un piccolo thermos pieno di caffè, che lui aveva l'abitudine di tenere sulla scrivania e centellinare mentre gli studenti gli parlavano di Matematica. Il thermos, nel piroettare in aria, poiché era aperto, causò la fuoruscita del caffè sulla poltrona in pelle verde che stazionava sotto la finestra ed alcune gocce finirono anche sul suo vestito. Lui rimase stupefatto, io impietrita, perché temevo si arrabbiasse. Ci teneva molto al thermos e al caffè, nonostante l'infarto. Scrutai disperatamente la sua faccia larga e sorridente, ma lui reagì da gran signore, quale era: si alzò, cominciò a raccogliere i pezzi del thermos cercando di non ferirsi le mani, mentre io tentavo di aiutarlo, balbettando scuse.

Finché lui, chino sul pavimento, disse: “Qui l'unico problema è che questo thermos era un portafortuna, ed ora si è rotto. Speriamo bene!”

Mi offrii di ricomperargliene uno, ma lui interruppe la mia litania di scuse esclamando: “Ascolta, la tesi va benissimo, è interessante. Non ti preoccupare per il thermos, vedrai che qualcuno me ne regalerà uno nuovo!”

Uscii dal suo studio molto perplessa, sperando che davvero non si fosse troppo dispiaciuto e, dato che sono superstiziosa, anche piuttosto preoccupata per quello che mi sembrava un sinistro presagio. Ma si sa, nessun laureando è veramente tranquillo e finché non è tutto finito, i sonni sono popolati da incubi.

La data prevista per la discussione della tesi era il 12 luglio. Più si avvicinava la data fatidica, più ero preoccupata, ma pensavo anche che la tesi era buona e quindi la mattina di quel giorno, vestita con sobrietà, cioè con la minigonna un po' più lunga del solito e di colore blu ed una camicetta da collegiale, mi misi con gli altri laureandi di quella giornata ad aspettare di essere chiamata nella cosiddetta Aula del Consiglio, per sostenere l'esame di laurea.

Quando mancò un'ora circa al mio turno, venni colta dal panico. E se al mio relatore fosse venuto in mente, dato che era provvisto di abbondante senso dell'umorismo, di raccontare ai membri della commissione di laurea la faccenda del thermos andato in pezzi? Così, a mo' di aneddoto, tanto per fare una sosta di qualche minuto. Qualcuno avrebbe sorriso, ma magari uno dei commissari mi avrebbe giudicato una esagitata, che poi era anche la verità… Avevo una morsa allo stomaco e camminavo avanti e indietro nella angusta anticamera dell'Aula del Consiglio, pentendomi amaramente di non aver permesso a nessuno di venire a confortarmi, nè ai miei genitori, che erano a casa a friggere nell'attesa, nè ai miei amici, che intendevo vedere più tardi.

Per fortuna apparve nell'anticamera un mio compagno di corso, uno di quei personaggi con grande sicumera e atteggiamento orientale nei confronti delle traversie della vita. Avevamo anche preparato due esami assieme: quando vedeva che facevamo tilt, mi caricava in motocicletta e pigiava l'acceleratore lungo i viali attorno all'università, tecnica discutibile dal punto di vista della sicurezza personale, ma funzionava. Mi notò pietrificata vicino alla finestra e disse: “Dai, vieni a prenderti qualcosa da bere al bar, ti farà bene!”.

La raccontò bene John Lennon in Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band la verità su questo genere di interventi: “You can go on with a little help from your friends”. Così lo seguii in silenzio ed entrammo nel megabar all'ingresso de “La Sapienza” dalla parte del Piazzale Aldo Moro, che all'epoca ovviamente non si chiamava ancora in questo modo, bensì Piazzale delle Scienze. In trance com'ero, guardavo sugli scaffali le file di bottiglie di alcolici vari, e desideravo tanto scolarmene una, pur di non farmi fagocitare dall'ansia. Ma riuscii a resistere, presi invece un succo di pompelmo dal sapore sinistro, guardando all'esterno le automobili che entravano una alla volta attraverso i cancelli di accesso, una scena che dovevo aver visto centinaia di volte, ma che in quel momento sembrava rappresentare simbolicamente una gigantesca clessidra con la sabbia che stava per finire.

Poi tornammo velocemente verso il “Castelnuovo”, avendo cura di non passare sotto la pergola arcuata che copre uno dei viottoli, per il semplice fatto che quel tragitto aveva la reputazione di portare jella. Il mio compagno di corso faceva di tutto per farmi ridere un po', ma non c'era niente da fare, ero una sfinge. Per fortuna camminare mi aveva fatto bene, fisicamente mi sentivo meglio. Così tornai all'Aula del Consiglio, in tempo in tempo per sentir chiamare il mio nome. Entrai dentro come un bolide e li vidi schierati, il mio relatore in abito chiaro, e gli altri dieci commissari seduti davanti alla lavagna. Non avevo più paura, parlai per venti minuti esatti mettendocela tutta. Poi uscii fuori dall'aula per consentire il conciliabolo sulla tesi, che durò pochissimo. Infatti, dopo pochi minuti, mi richiamarono e rientrai nell'aula. I commissari erano in piedi e il presidente mi proclamò “dottore in Matematica col massimo dei voti”. E nel dirlo mi strinse energicamente la mano e mi diede anche il famoso bacio accademico. Guardai tutti con una gratitudine immensa, ero totalmente felice e pensai che era fantastico sentire il mondo nelle mani, la vita sembrava un gran torneo nel quale sicuramente me la sarei cavata egregiamente.

Dopo quindici anni, diventai a mia volta professore ordinario di Algebra. Il relatore non era più dei nostri da parecchio tempo. Peccato, perché sarebbe stato divertente raccontargli, a conti fatti, di come quel giorno la mia avventura universitaria in realtà era appena cominciata. Comunque il caffè, dopo il volo devastante del thermos, il relatore prese l'abitudine di farselo portare dal bar più vicino, su un vassoietto con le bustine di zucchero, come tutti gli altri ordinari del "Castelnuovo".

 


Il Dipartimento di Matematica "Guido Castelnuovo"