Alcuni racconti di Elisabetta Strickland, ispirati al mondo matematico, sono già comparsi nella raccolta I numeri nel cuore (di Ciro Ciliberto, Fausto Saleri ed Elisabetta Strickland), pubblicato l'anno scorso da Springer.

Di Elisabetta Strickland pubblichiamo ora il racconto inedito "L'intimidazione", che ricorda, attraverso un episodio autobiografico dell'autrice, una fase rilevante della storia italiana.

 

Elisabetta Strickland è nata a Roma. Ha vissuto in Gran Bretagna, a Venezia, a Roma ed ha trascorso lunghi periodi di studio e ricerca negli Stati Uniti, in India, Giappone, Canada. Laureata a Roma, a “La Sapienza”, attualmente è docente di Algebra presso l'Università di Roma “Tor Vergata” ed è Vice Presidente dell' “Istituto Nazionale di Alta Matematica”. Appassionata di vela, fotografia e letteratura (non solo scientifica), ha pubblicato racconti e articoli su riviste specializzate italiane e straniere ed è autrice di due libri di narrativa, L'ombrello non è mio, Aracne 2003, e il già citato I numeri nel cuore.

 

 

L'INTIMIDAZIONE

di Elisabetta Strickland

Quell'anno accademico mi era stato conferito l'incarico di insegnare calcolo al corso di laurea in Biologia. Non era un compito particolarmente prestigioso, ma all'epoca ero semplicemente assistente ordinario, quindi per progredire nella carriera era sensato accettare, acquisivo un titolo in più. Gli studenti erano circa centocinquanta e le lezioni si tenevano in un'aula prefabbricata costruita al bordo del prato situato alle spalle del Rettorato de “La Sapienza”. Chiunque avesse progettato l'aula, aveva commesso un madornale errore: i termosifoni erano troppo grandi per il volume di spazio che dovevano riscaldare, per cui in pieno inverno bisognava aprire le finestre scorrevoli allineate sulla parete di fondo, dalla parte opposta della cattedra e della lavagna, onde poter respirare: all'interno la temperatura era tropicale. Questa non era la sola nota stonata. La grana principale, infatti, consisteva nella presenza, per fortuna occasionale, del “collettivo”, cioè di un gruppetto di tre studenti, in quel caso una ragazza e due ragazzi, che avevano il compito di assistere alle lezioni dei vari docenti e controllare che le cose procedessero secondo i loro canoni. In pratica io entravo in aula in camicia, dato il caldo disumano, facevo subito aprire le finestre e trovavo schierati davanti alla cattedra i tre ragazzi del “collettivo” con blocco per appunti e penna in mano, pronti ad intervenire se qualcosa non gli fosse andato a genio. Sfido chiunque a far lezione con disinvoltura in una situazione del genere. Comunque mi sembrò che l'unica via d'uscita fosse quella di essere impeccabile. Quindi, grondando sudore, mentre fuori magari tirava la tramontana o veniva giù una pioggia torrenziale, feci delle lezioni ben strutturate ed i tre del “collettivo” non intervennero neanche una volta, anzi, alla fine i nostri rapporti diventarono molto cordiali. Arrivai addirittura a sentire la loro mancanza, quando non li vedevo in aula perché erano andati a tenere d'occhio qualcun altro. Mi è rimasta impressa nella memoria, in particolare, la ragazza, piccola di statura, con i capelli neri lisci e la frangetta, gli occhiali con la montatura di tartaruga e le lenti tonde, e attorno al collo grandi sciarpe multicolori che poteva permettersi di portare, tanto lei stava seduta e non doveva sudare sette camicie. Quella del “collettivo” era una delle trovate degli “anni di piombo”, tutto sommato meno inquietante di altre, tipo grandi comizi vicino alla statua della Minerva, in cui venivano fischiati anche personaggi sopra ogni sospetto, una volta addirittura il Segretario della CGIL Luciano Lama. Di fatto l'atmosfera era sempre molto tesa, ma un paio di volte diventò estrema.

 


Bivacco di studenti nella vasca vuota della fontana della Minerva
Roma 1977

 

Una sera in particolare, dopo aver fatto assistenza ad una prova scritta, presi la macchina, che era una Cinquecento, facile da parcheggiare a qualunque ora lungo i viali della città universitaria, e una volta arrivata sul Lungotevere, all'altezza del Palazzo di Giustizia, il cosiddetto “Palazzaccio”, feci per girare a destra ed attraversare il ponte per entrare in Via Zanardelli. Lì la polizia mi fermò, perché due autobus dell'Atac erano stati incendiati e non si poteva passare. Provai a spiegare che abitavo in Via dei Coronari e che dovevo per forza passare di lì, ma mi risposero che l'aria era irrespirabile e molte persone avevano lasciato le loro case. Non avevo altra scelta che invertire la direzione di marcia e tornare indietro, ma per andare dove? All'epoca avevo uno stipendio da fame, scartai subito l'idea di andare a dormire in albergo. Telefonare a qualche amico? A quell'ora dovevano essere tutti stanchi morti, non mi andava neanche di stare a spiegare l'accaduto, magari avevano visto tutto in televisione ed erano preoccupati anche loro.

Quella sera insomma il problema principale, per quanto mi riguardava, era dove andare a dormire. Alla fine dovetti “tornare da mia madre”, che vedendomi arrivare chiedendo di usare la mia stanza di un tempo, ed essendosi opposta con tutte le sue forze alla mia decisione di qualche anno prima di andare a vivere da sola, disse: “Te lo avevo detto che finiva così!” ed io era troppo stanca per intavolare l'ennesima difesa della mia vita da “single”. Per fortuna mio padre in quel periodo era all'estero, almeno mi risparmiai una sua filippica, che sicuramente sarebbe stata ancora più impietosa.

Il giorno dopo tornai all'università, feci lezione con il “collettivo” in aula più battagliero che mai, mentre io non avevo chiuso un occhio, girandomi e rigirandomi nel mio vecchio letto con indosso un pigiama con cui presumibilmente avevo dormito le notti prima degli esami. Finito il lavoro della giornata, ripercorsi con la Cinquecento la strada fino a Via Zanardelli e vidi che le carcasse degli autobus erano state rimosse, ma l'asfalto era ancora danneggiato dall'incendio. Tornai a casa senza problemi ed i vicini di casa mi raccontarono della loro notte da incubo, visto che erano rimasti lì ed effettivamente l'aria era diventata irrespirabile per il fumo. Decisi che per qualche giorno non avrei preso la macchina, tanto ero traumatizzata, ma neanche questa si rivelò una buona idea. Infatti una mattina transitai a piedi per Piazza Nicosia, con l'idea di andare fino a “La Sapienza” salendo da Via Sistina, e dopo dieci minuti che avevo attraversato la piazza e già mi avviavo lungo Via Condotti, sentii un boato formidabile e vidi che la gente fuggiva di corsa nella mia direzione. Un'autobomba era esplosa proprio a Piazza Nicosia e se per caso mi fossi attardata a comperare un giornale o avessi risposto al telefono prima di uscire di casa, non sarei qui a raccontarla, quella mattina di tregenda.

 

 

Comunque il corso arrivò alla fine, gli studenti sembravano aver seguito e verso i primi di giugno sparirono per prepararsi agli esami. Cominciò a fare un gran caldo, l'umidità peggiorava le cose e il picco massimo della temperatura venne raggiunto alla fine di giugno, proprio la mattina delle prove orali del mio corso. Il termometro segnava 39 gradi, l'aria era polverosa, il cielo appannato dalla calura. Alle nove di mattina entrai nell'aula prefabbricata, che, nonostante le finestre spalancate, sembrava una serra tropicale. Gli studenti mi guardarono disperati, io a mia volta guardai disperata i due assistenti che facevano parte della commissione di esami e tutti insieme decidemmo di prendere la cattedra e quattro sedie, tre per noi e una per gli esaminandi, e portarle fuori sul prato e sotto gli alberi. Uno dei due assistenti era un tipo estremamente ordinato e compìto. Nonostante la temperatura, si aggirava sui prati con una giacca color tabacco, senza perdere di vista la sua borsa di pelle. Decise, prima di cominciare ad interrogare, di prendere dal bar più vicino un paio di bottiglie di acqua minerale. Noi lo aspettammo, facendoci aria con i quinterni di fogli protocollo a quadretti. Gli studenti, che erano parecchi, presumibilmente perché volevano togliersi l'esame all'appello di giugno onde evitare un caldo anche peggiore in luglio, si misero seduti sul prato, a gambe incrociate. Il secondo assistente, un borsista impassibile e taciturno, stava seduto immobile su una delle quattro sedie, e guardava i ragazzi come se fossero degli ectoplasmi.

Quando l'acqua minerale venne appoggiata sulla cattedra, ci sistemammo per cominciare gli esami. Presi la lista degli iscritti e lessi a voce alta il primo nome, “Mommillo”, che era scritto in stampatello a caratteri belli grossi. Si avvicinò un ragazzo magro e serio, che si sedette e prese a fissare il foglio bianco che aveva davanti come se fosse un ufo. Lo guardai attentamente, ma proprio non mi sembrava di averlo mai visto a lezione. Questo fatto capitava spesso, poteva benissimo essere uno studente lavoratore o uno che aveva scelto di prepararsi per conto suo. Prendemmo il programma e rivolgemmo a Mommillo alcune domande di base, tanto per entrare nel vivo, ma lui si limitò a fissare il foglio bianco e a stare in silenzio, senza variazioni anche minime dell'espressione del volto. Pensai allora che avesse uno di quei blocchi nervosi a cui sono soggetti alcuni studenti per via dello stress o della paura, per cui gli chiesi se voleva andarsi a fare due passi fino al bar, forse se si fosse bevuto un'aranciata la sua catalessi sarebbe finita. Ma il Mommillo non parve entusiasta della proposta, rimase lì mummificato e noi eravamo perplessi, anche perché se quella era la prima prova della giornata, non c'era da stare allegri. Allora con il tono più materno che riuscii a tirare fuori, gli dissi: “Mommillo, avrà pur visto l'equazione di qualche conica in vita sua, mi dica, per esempio, come si scrive l'equazione di una circonferenza?”

Il Mommillo finalmente diede segni di vita, ma il tutto consistette nello spostare la penna che aveva nella mano destra portandola alla sinistra del foglio, come per abbandonarla. Un gesto di resa? La misura era colma, abbandonai il tono materno e gli dissi: “Mommillo, guardi che le equazioni delle coniche lei le dovrebbe sapere perfettamente, visto che sono una parte fondamentale del programma”. Nessuna reazione. Uno dei miei due colleghi si chinò verso lo studente e fece un ultimo tentativo per tirargli fuori qualcosa: “Va bene, allora ci parli di un argomento a sua scelta”. Mommillo continuò a tacere. Noi della commissione d'esame ci guardammo negli occhi e io mi rivolsi nuovamente allo studente, questa volta con un tono meno clemente: “Mommillo, pensiamo sia meglio che si ripresenti al prossimo appello.” Lui ci lanciò un'occhiataccia, si alzò, prese le sue cose e si allontanò senza salutare. Faceva troppo caldo per commentare il fatto, semplicemente procedemmo a chiamare lo studente al secondo posto nella lista degli iscritti. Da quel momento in poi si tornò alla normalità, ne interrogammo un congruo numero e, salvo un paio di casi, comunque meno gravi del Mommillo (nel senso che qualche parola riuscirono a dirla, anche se sbagliata), tutti gli altri furono promossi con un assortimento completo di voti, compresi due trenta e lode. Tirammo avanti fino al tardo pomeriggio, tanto tutto sommato sotto quegli alberi si stava meglio che in altri posti. Bevemmo una gran quantità d'acqua da bottiglie regolarmente rimpiazzate dal collega impeccabile, mangiammo un vassoio di tramezzini e riuscimmo anche a scambiarci qualche battuta, è nei momenti difficili che si vede la vera struttura delle persone.

Verso sera gettai nel cestino all'interno dell'aula tutti i fogli che avevamo usato, riportammo la cattedra e le seggiole al loro posto e ci congedammo sfiniti. Montai in macchina e feci il solito percorso fino a casa, con i finestrini spalancati ed i deflettori della Cinquecento nella posizione di massima efficienza. Il ponentino si era alzato e pareva quasi di respirare normalmente. Quando arrivai a destinazione, inviai tutte le mie benedizioni a chi secoli prima aveva costruito il palazzo in cui abitavo, con le sue mura poderose e la bella fontana del cinquecento nel cortile, all'interno faceva molto più fresco che in qualunque altro posto, e poi c'era una gran pace. Aprii il frigorifero per prendere un succo di frutta e mi buttai sul divano, sorseggiando la bibita e meditando sui fatti della giornata. Quanto era bello trovarsi lì, vicino alla porta finestra affacciata sul cortile pieno di piante, in particolare le edere rampicanti ricadevano in grandi cascate verdi ai bordi della fontana. Pensavo sempre, in quei momenti, a quando un tempo là sotto transitavano le carrozze: ora, quando nella stagione fredda arrivava il carretto del carbonaio di Via della Vetrina che portava la legna da ardere per chi aveva il caminetto, il suono delle ruote sui sampietrini era una cosa di altri tempi, bellissima.

Mi sembrava di cominciare a rianimarmi, poi ad un tratto squillò il telefono. Allungai la mano per sollevare il ricevitore dal tavolo e risposi: “Pronto, chi parla?” Dall'altra parte mi arrivò il suono di una voce nuova, con un forte accento meridionale, che disse: “Parlo con la professoressa?” Appoggiai il bicchiere e mi tirai su dal divano, perché istintivamente sentii che stava per succedere qualcosa di serio. “Con chi parlo per favore?” riuscii a dire, cercando di essere naturale. “Professoressa, mi chiamo Mommillo. Lei stamattina ha bocciato mio figlio all'esame di Istituzioni di Matematica”. Feci del mio meglio per restare calma e gli risposi: “Suo figlio non è stato bocciato, lo abbiamo solo invitato a ripresentarsi, visto che non era affatto preparato”.

Passarono alcuni secondi eterni e poi di nuovo la voce, con un tono molto cupo: “Ci risentiremo, professoressa, ci risentiremo.” Ed attaccò.

Non c'è bisogno di usare molte parole per far capire come reagii a quella telefonata, mentre l'acqua della fontana nel cortile continuava a scorrere con lo stesso identico suono di prima, anche se a me sembrava completamente diverso. Tutto veniva da me percepito in modo diverso, ogni cosa era coperta di cenere come un campo dopo l'eruzione violenta di un vulcano, a Pompei al confronto era stato un fuoco d'artificio.

E ora? Che cosa mi dovevo aspettare? Faceva sul serio il padre del Mommillo? Dovevo organizzarmi per avere una scorta? E come mi sarei difesa se avesse deciso di farmela pagare? Barricandomi in casa con quella porta in legno vecchia di cinque secoli che scricchiolava sinistramente ogni volta che l'aprivo? Dovevo prendere il porto d'armi e cercare di tutelare la mia incolumità o convincere il più muscoloso degli amici che avevo, i velisti magari, a venire a stare lì per un po' e vegliare su di me? E chi mai si sarebbe imbarcato nell'impresa, sapendo che avevo ricevuto delle minacce? Presi la bottiglia di whisky “single malt” che usavo come digestivo, anestetico, antidepressivo, insomma come medicina universale. Dopo un bicchiere risprofondai sul divano e pensai “Ci mancava solo questa!” Per tutta la sera camminai avanti e indietro per il salotto considerando che in casa non avevo neanche una mazza da baseball e che i coltelli da cucina erano poco affilati.

Riuscii comunque a non telefonare a nessuno, tanto non sarebbe servito a molto. Ero inoltre talmente stanca che, dopo una cena forzata durante la quale ebbi seri problemi a deglutire, piombai in un sonno comatoso. Alle quattro mi svegliai in un bagno di sudore e mi figurai che il padre del Mommillo avesse già ordinato ad alcuni suoi scherani privi di scrupoli di darmi una bella lezione. Alle sette e mezza uscii in Via dei Coronari ed andai a prendermi il solito cappuccino al bar di Tonino il romanista. Lui mi guardò e, dato che eravamo in confidenza, disse: “Ahò, c'hai ‘na faccia stamattina, pari ‘no zombie”. Le sue parole non mi impressionarono più di tanto, in effetti mi consideravo un futuro zombie.

 

 

Andai a prendere la macchina parcheggiata in Piazza di San Salvatore in Lauro, ma non ebbi il coraggio di aprirla, magari saltava per aria. L'intera giornata la passai così, girandomi ogni tanto per controllare se qualcuno mi seguiva. Anche al Castelnuovo, la roccaforte della Matematica all'interno della città universitaria, non mi sentii per niente al sicuro, anzi, lì era peggio che andar di notte, se volevano compiere una vendetta plateale, mi avrebbero centrata sullo spiazzo antistante l'edificio, davanti a tutti. Passai così una decina di giorni terrificanti, dormivo malissimo, mangiavo tavolette intere di cioccolata nonostante il gran caldo, quando ero in casa ogni suono anomalo, ogni fruscio dietro la porta di ingresso mi sembrava l'inizio della fine. Verso la metà di luglio, dato che all'epoca andavo in barca a vela a far regate, mi offrii di far parte di un equipaggio che andava ad un campionato massacrante, ma tanto se dovevo morire era meglio farlo tra i flutti, dopo un colpo di boma in testa o cadendo in mare durante i turni di notte al timone.

Dopo un mese, visto che ero ancora viva e che la mia casa non era saltata in aria, né avevano dato fuoco alla mia Cinquecento, mi guardai una mattina allo specchio e mi dissi: “Ho fatto forse qualcosa di male? No, era mio dovere non promuovere il Mommillo, non sapeva assolutamente nulla”. Quindi mi parve che tutto sommato era meglio far propria la frase di Alberto Sordi in un bellissimo film in cui faceva il tombarolo: “Male non fare, paura non avere”. Dopotutto non si era fatto vivo nessuno, forse il padre del Mommillo non era riuscito a controllarsi in un momento di rabbia ed aveva afferrato l'elenco del telefono pensando: “Ora gliene dico quattro a questa professoressa del diavolo che si è permessa di non promuovere mio figlio”.

Quando tornai a Roma ripresi la vita di sempre, non ci pensai neanche più all'intimidazione, mi ero organizzata una corazza mentale classificando il fatto con l'etichetta che mi era sembrata più ragionevole: “incerti del mestiere”.