Un'anti-intervista
con
Richard Feynman

 

Richard Feynman è morto nel febbraio 1988. Le sue ultime parole furono: « This dying is boring ». («Ci si annoia, a morire.»)

Nato nel 1918, è stato uno dei più grandi teorici della Fisica moderna.

Premio Nobel nel 1965 per i suoi contributi all'Elettrodinamica quantistica, i suoi apporti sono stati fondamentali anche nella Fisica della materia condensata.

Il suo stile, fatto di semplicità formale e d'intuizione concettuale, resta unico e ha giocato un ruolo più grande nel rinnovamento dell'insegnamento e della divulgazione scientifica.

In questa nota, J-M. Levy-Leblond immagina di intervistare Feynman a posteriori .

(Tratto da "Impasciences" di J.-M. Levy-Leblond, Bayard Éditions, 2000; la traduzione è a cura di Enrico Pontorno)

 

 

Professore...

Mi chiami Dick, come fanno tutti!

 

...avrebbe un po' di tempo da dedicarci?

Tutta l'eternità, ormai, e in tutti i sensi.

 

Che significa?

Ebbene, ricordate la mia teoria dei positroni? Ho dimostrato che era possibile, e perfino comodo, rappresentarli come elettroni che "risalivano" il corso del tempo. O, più generalmente, considerare particelle e antiparticelle come identiche - quasi che il tempo fluisse in senso inverso per le une e per le altre...Nel nostro mondo macroscopico - il vostro mondo adesso - il tempo ha un senso di scorrimento privilegiato. Nello stato virtuale in cui ormai io mi trovo, niente mi impedisce di comportarmi come i miei cari positroni: posso dunque darvi un'anti-intervista risalendo il corso del tempo. Sarà evidentemente più comodo se vorrete interrogarmi sulla mia vita passata.

 

Passando dalla scienza del tempo al tempo della scienza, potrebbe essere interessante per i suoi giovani colleghi sapere come ha condotto la sua carriera scientifica e gestito il suo tempo.

Non capisco le parole «carriera» , «gestire»...Ho sempre scelto di consacrarmi a tutto ciò che mi interessava veramente. Quando mi è capitato di trovarmi in difetto di idee o di mezzi, è perché avevo dimenticato di rispettare la mia regola di vita: trascurare tutto ciò che non è essenziale per se stessi. Chiamo questo il Principio d'Irresponsabilità Sociale. È difficile attenervisi, ma è possibile. Nel 1965, l'hanno in cui ricevetti il Nobel, il mio amico Vicki Weisskopf mi sfidò:"Tra dieci anni tu farai soprattutto il manager , sarai cioè il supervisore di gente di cui non capirai più il lavoro." L'ho preso in parola e abbiamo scommesso; nel 1975 ha dovuto pagarmi i dieci dollari della scommessa perché io non avevo e non ho mai avuto in seguito «posti di responsabilità».

 

È questa disponibilità che vi ha permesso di essere il pedagogo di cui tutti riconoscono il talento?

Ma nient'affatto: non ho alcuna idea sulla pedagogia. Credo anzi che il miglior modo d'insegnare sia quello di non avere alcuna filosofia e di fare un corso caotico e confuso più che sia possibile, utilizzando tutti i punti di vista possibili. Avere differenti esche su più ami è il solo modo per agganciare ora questo ora quello studente: se uno s'appassiona quando parlate degli aspetti storici del vostro argomento e ha paura del formalismo matematico, un altro si riposerà in quel frangente ma si ecciterà quando passerete alle equazioni. Per fortuna non tutti abbiamo gli stessi interessi - di più, bisogna rispondere alle attese di ciascuno e non uniformare lo stile d'insegnamento soggiacendo a pseudo-teorie pedagogiche.

 

Potrebbe spiegarci in modo semplice, le scoperte che le sono valse il premio Nobel nel 1965?

Ho tentato più volte e i lettori potranno giudicare. Ma sono piuttosto scettico sui risultati. Come ebbe a dirmi un giorno un taxista che mi aveva visto in televisione:"Io, al posto vostro, a tutti quei giornalisti che pretendevano di capire in tre minuti il vostro lavoro, avrei risposto che, se ciò fosse stato possibile, non avrebbe sicuramente meritato il premio Nobel!"

 

Avete dato contributi importanti in domini differenti della Fisica teorica. Vi sono problemi che le hanno lasciato un senso di frustrazione per non averli risolti?

No, per niente. Ciò che non ho risolto o non mi interessava veramente o era, ed è ancora, veramente difficile. Inoltre non sono convinto che lo stile di lavoro dei fisici, esageratamente tecnico, permetta di dare risposte soddisfacenti - perlomeno a mio modo di vedere: i miei giovani colleghi fanno virtuosismi in calcoli sofisticati, e ottengono dei risultati, certo, ma dove sono le idee e le immagini che permettono loro di comprendere veramente ciò che fanno? In fondo se, quando ci ripenso, vi sono alcuni problemi che continuano a sfidarmi, ma non sono i grandi problemi: per esempio, avete notato che quando lasciate cadere degli spaghetti (crudi!), essi si rompono quasi sempre in tre pezzi e raramente in due? Con il mio collega Danny Hillis, abbiamo passato un tempo folle a tentare di comprendere perché, senza successo! Questo, questo mi innervosisce perché io avrei dovuto arrivarci...

 

E' perché vi siete interessato ai tempi e ai ritmi che siete divenuto un eccellente percussionista, specialmente di bongo?

Ma no! Che io abbia suonato la batteria o fatto del disegno d'arte non ha niente a che vedere con la fisica teorica. Finiamola con questo accanimento nel provare che gli scienziati sono gente normale perché fanno anche della musica o dell'arte come tutti gli altri. La scienza é un'attività umana normale, sia o meno legata ad altre attività umane normali!

 

In ogni caso, non avete avuto il tempo di annoiarvi e il tempo non deve esservi mai sembrato lungo

Si una volta: intanto che morivo.