Paola Govoni, storica della scienza, collabora con la Facoltà di Scienze della formazione e il CIS
(Centro Internazionale per la Storia delle Università e della Scienza) presso l’Università di Bologna.
È autrice di Un pubblico per la scienza (Carocci, 2002) e di Che cos’è la storia della scienza (Carocci, 2004). Di recente, ha curato Storia, scienza e società. Ricerche sulla scienza in Italia
nell’età moderna e contemporanea
(Bologna Studies in “History of Science”, 11, CIS, Università
di Bologna, 2006). Sta scrivendo un libro su Donne e scienza in Italia dall’età liberale alla
repubblica

 

Questioni di genere
Donne e Scienza

Paola Govoni

 

Di recente in Italia l’uso del termine “genere” si è allargato dagli studi specialistici alla conversazione comune, agli articoli sui giornali e ai siti Internet.
Eppure, non solo in Italia, ma anche nei paesi di lingua inglese dove la parola è stata introdotta nel significato che qui ci interessa, gli equivoci sono all’ordine del giorno e frequente è la confusione, per esempio, tra genere e sesso.
L’uso del termine “genere” si è affermato negli anni Settanta del Novecento negli Stati Uniti nel tentativo di comprendere e svelare una cultura fondata su ciò che chiamiamo determinismo biologico. Il concetto di genere da allora è utilizzato in ambiti diversi del sapere scientifico, sociale e umanistico per individuare e studiare quelle qualità definite “maschili” o “femminili” in base a specifiche costruzioni sociali e culturali, distinguendole da quelle caratteristiche “maschili” e “femminili” degli individui che sono invece determinate dal sesso, dunque da qualità riconducibili alla fisiologia e all’anatomia dei viventi.
La nozione di genere applicata alla cultura umana fa dunque riferimento a una serie di segni, simboli e concetti che riconducono a relazioni di potere tra i sessi, pertanto se, come capita, usiamo “genere” al posto di “sesso” o di “donna” non siamo politicamente corretti, ma stiamo usando una parola in modo non appropriato1.
Nel corso degli ultimi trent’anni il genere è stato uno strumento analitico che si è dimostrato utile per esplorare le radici, la dinamica, l’evolversi e le conseguenze concrete di quell’intreccio di concetti che sono stati socialmente costruiti come “maschili” oppure “femminili” e che per questo cambiano nel corso del tempo, da cultura a cultura, da etnia a etnia, da religione a religione. Siamo tutti consapevoli del fatto che un comportamento “femminile” in una cultura, etnia, classe sociale, può non esserlo in un’altra.
Per quanto concerne la cultura cosiddetta occidentale e in particolare i fondamenti della scienza, si pensi come le dicotomie oggettivo/soggettivo, razionale/ naturale, logico/emotivo abbiano plasmato la contrapposizione tra pensiero “femminile” e “maschile” fin dai tempi di Aristotele, con un rilancio in epoca moderna grazie a pensatori come Rousseau e un importante consolidamento tra Otto e Novecento con le ricerche di antropologi misuratori di crani e pesatori di cervelli.
Secondo questa millenaria tradizione filosofica e scientifica, le donne sarebbero incapaci di pensiero oggettivo, dominate come sono da una realtà corporea invadente, di conseguenza emotive piuttosto che razionali. Questa ideologia di genere ha impregnato i rapporti tra i sessi e l’organizzazione familiare, ma anche la struttura sociale del mondo occidentale dove, fino al diciannovesimo secolo inoltrato, per esempio, le donne sono state escluse dai luoghi dove si è trasmesso e creato sapere scientifico: le accademie e le università2.
Il concetto di genere utilizzato come strumento analitico in diversi campi del sapere storico e sociologico permette dunque di individuare e capire come questa cultura che ha escluso le donne dai luoghi del conoscere abbia modellato non solo le istituzioni, ma la natura del sapere stesso3.
Tuttavia, se è vero che filosofia naturale e scienza hanno dato fondamento per millenni a pregiudizi diffusi circa l’inferiorità femminile, nello stesso modo in cui hanno sostenuto razzismo e antisemitismo, è sempre la scienza che nella seconda metà del Novecento ha spazzato il campo dai dubbi circa la pretesa “inferiorità” delle capacità del cervello delle donne rispetto a quello degli uomini, così com’è la scienza che ha dimostrato che “le razze umane” non esistono. La scienza è quindi una cultura nella quale portare il genere come strumento d’indagine si dimostra di grande fascino e interesse per capire il mondo in cui viviamo.