Bohr e Fermi,
Los Alamos (?),1944

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Franco Rasetti
Congresso SIPS, 1937

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amaldi, Fermi e Wick (con due signore)

 

 

 

 

 

 

 

 



Tra Amaldi e Fermi

Riproduciamo la corrispondenza, proveniente dall’Archivio Amaldi depositato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università "La Sapienza" di Roma, intercorsa tra Enrico Fermi e Edoardo Amaldi nella fase terminale del conflitto e nell’immediato dopoguerra.

Dopo la liberazione di Roma, possono riprendere i contatti tra i fisici romani e gli Stati Uniti. In questa lettera ad Amaldi, Fermi non può ovviamente parlare della propria attività (nonostante l'intestazione della lettera rechi l'indirizzo di Chicago, egli lavora già - come anche Emilio Segrè e Bruno Rossi - a Los Alamos, dove occupa un posto di responsabilità nel progetto per la realizzazione della bomba atomica) e si limita ad avanzare "la speranza che forse la fine della guerra non sia più molto lontana". Il padre di Laura Fermi, ebreo, era stato deportato in un campo di concentramento e la sua sorte era ancora oscura al momento.

E. Fermi (Chicago) a E. Amaldi (Roma), 15 agosto 1944

P.O. Box 5207
Chicago, Illinois

15 agosto 1944

Caro Edoardo,

ho avuto recentemente tue notizie da Fubini di ritorno dall'Italia. Ora che le comunicazioni postali con Roma sono ufficialmente riaperte spero che questa lettera abbia una buona probabilità di arrivarti.

Come puoi immaginarti Lalla è restata molto addolorata delle notizie di suo padre; l'incertezza sulla sua sorte è molto peggio che il saperlo morto.

Mi ha fatto molto piacere il sentire che tu e Wick sperate di poter organizzare presto la ripresa del lavoro scientifico, e che considerate l'avvenire con un certo ottimismo. Giudicando la situazione da questa riva dell'Atlantico ho talvolta la speranza che la ricostruzione dell'Italia possa forse essere meno difficile di quella di altri paesi europei. Certo il fascismo è caduto in una maniera così misera che non mi par possibile che abbia lasciato alcun rimpianto.

Ho occasione di vedere ogni tanto Emilio, Bruno Pontecorvo e Bruno Rossi. Stanno tutti bene di spirito e di corpo.

La piega degli avvenimenti sembra tale da giustificare la speranza che forse la fine della guerra non sia più molto lontana. Forse sarà possibile rivederci in un avvenire ragionevolmente prossimo.

Ricordami a tutti e in particolare a Wick e a Ginestra

Enrico Fermi

Nello scambio di lettere che segue tra Amaldi e Fermi si fa riferimento ad alcune significative vicende dell'immediato dopoguerra. Nelle lettere si parla dei "ciclotroni tedeschi" e della possibilità di farne avere uno al gruppo di fisici di Roma. Amaldi era convinto che in Germania dovessero esistere dei ciclotroni in funzione: la sua convinzione si fondava sul fatto che insieme a lui anche Wolfgang Gentner, il giovane collaboratore di Bothe, si era recato nel 1939 a Berkeley per studiare il funzionamento e i piani costruttivi della macchina. In effetti, un ciclotrone, progettato da Bothe fin dal 1938, era entrato in funzione verso la fine del 1943 presso la sezione di fisica del laboratorio di ricerca medica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg; in quanto ufficialmente dedicato ad applicazioni sanitarie, tuttavia, non fu smantellato dalle forze alleate e fu lasciato al suo posto. Così, l'interessamento di Fermi e di Lawrence non produsse alcun effetto.

Il Franco di cui si parla è Franco Rasetti, che nel 1939 era andato a dirigere l’Istituto di Fisica dell’Universitè Laval a Quebec in Canada, mantenendo formalmente la cattedra di Spettroscopia a Roma, e che aveva negli ultimi tempi dirottato i propri interessi di ricerca in direzione della paleontologia

Nella lettera a Fermi (del 5 luglio) Amaldi dice di essere "riuscito a far fare al C.N.R. un Centro di Fisica nucleare": si tratta in effetti di una int