Ecco il testo della lezione su "Matematica e Letteratura" tenuta da Gian Italo Bischi a Milano, il 23 gennaio, all'interno dei corsi di "Orientamatica" .

Gian Italo Bischi è docente di Metodi matematici per l'Economia e la Finanza presso l'Università di Urbino. I suoi principali interessi di ricerca riguardano lo studio dei sistemi dinamici e le loro applicazioni.

 

 

 

Matematica e Letteratura

di Gian Italo Bischi

 

 

Alcuni esempi in ordine sparso:

Leonardo Sinsgalli

 

Un altro esempio relativo alla Proposizione 2:

L.Sinisgalli Carciopholus Romanus, da Furor Mathematicus:

Chi me l'avrebbe detto che nella forma dei lupini, ingrandita convenientemente, io avrei visto un giorno realizzato il sogno di Gauss, il sogno di una geometria non euclidea, una geometria barocca come mi piace chiamarla, una geometria che ha orrore dell'infinito? Ma proprio l'altro ieri, in una delle mie visite settimanali al professor Fantappiè, titolare di Analisi al Seminario di Alta Matematica, ho fatto la conoscenza con un simulacro molto più complesso della forma dei lupini, la superficie romana di Steiner . è una superficie chiusa del quarto ordine a variabile complessa. è una curiosa forma, quella che io ho visto, un tubero grande quanto un sasso, con tre ombelichi.

Il matematico Steiner la trovò al Pincio meditando, una mattina del 1912, al Pincio, proprio seduto su una di quelle panchine dove io, da ragazzo, andavo a leggermi I canti di Maldoror . Anche i geometri hanno lasciato quell'aggettivo davanti alla forma, l'hanno chiamata romana. T.S. Eliot, nel canto di Simeone, evoca i giacinti romani: I giacinti romani fioriscono nei vasi... ha tradotto Montale. E chi sa perché nella mia mente ho sposato le due immagini: i giacinti e questo strano frutto matematico, un frutto degli orti mediterranei, una specie di pomodoro singolare, un pomodoro – per intenderci – con tre uncini. Pensate a quei pasticci che fanno i frutticoltori, quando piantano un seme dentro l'altro o tre semi, legati in uno, quando sposano il giglio e la rosa; pensate al cedro, con spicchi interni di limone e di arancia, della bizzarria di cui scrisse Redi al Principe Leopoldo. Ebbene questa forma fa pensare ai fratelli e alle sorelle siamesi, a un nodo triplo, trigemino di pomodori siamesi. Il professor Conforti, il professor Severi, il professor Fantappiè, tre luminari – Severi alto e ricciuto, Fantappiè tondo e piccolo, Conforti magro e mezzano – che erano vicini a me, a guardare quella forma, sembravano commossi, commossi tanto quanto Linneo allor che seppe della Lacerta faraglionis , la lucertola azzurra che vive soltanto sui Faraglioni di Capri, nel minimo habitat che si conosca sulla terra. “Questa superficie” io dicevo “è un frutto romano, come il carciofo”. Ma Severi, Conforti e Fantappiè ne enumeravano invece tutte le mirifiche proprietà: quattro cerchi generatori, tre poli tripli, un'area calcolabile per integrali razionali, e poi non so che altre diavolerie. A me pareva di sentire Linneo parlare dei carciofi: carciopholus picassianus , carciopholus guttusii , carciopholus pipernensis aut romanus . Avevo sentito molte matrone disprezzare le nuore milanesi o perugine perché non sapevano preparare i carciofi alla romana. Capare un carciofo, vale a dire prepararlo in tal modo da non lasciare niente di calloso o fibroso per la cottura, “è molto difficile per una buzzurra” mi aveva detto un giorno la vecchia baronessa Zaira de Cousandier, nata Serafini, nella sua casetta di piazza Maresciallo Giardino alle falde del Monte Mario; lei che aveva bevuto acqua delle Tre Cannelle da molte generazioni. Ma la superficie romana di Steiner più che dell'humus del Testaccio e degli orti gianicolesi, più che del fertile ferro del suburbio sembrava lavorata dall'aria e dalla luce di Roma, come un bel ciottolo di travertino: era una spugna di calcare con tre buchi, tre acciaccature, tre cavità. Una forma con tre gobbe, una borrominata , ecco tutto. Immaginate una sfera elastica, pressata dalle punte di tre coni. Doveva avere speciali virtù acustiche, doveva avere un udito finissimo, perché davvero era tutta orecchi, sembrava una sonda acustica calata nello spazio. Anche i gobbi hanno i padiglioni auricolari assai ricettivi. Sono lì continuamente all'erta dietro le tende, dietro le porte delle favorite dei Re. Questi mostri maledetti non perdevano una sillaba che uscisse fuori dalla bocca delle concubine regali, non uno sbadiglio, non uno starnuto. E così il mio amico d'infanzia Giuseppe Mangialupini. Andava a riferire tutti i nostri discorsi all'Arciprete” .