Ecco il testo della lezione su "Matematica e Letteratura" tenuta da Gian Italo Bischi a Milano, il 23 gennaio, all'interno dei corsi di "Orientamatica" .

Gian Italo Bischi è docente di Metodi matematici per l'Economia e la Finanza presso l'Università di Urbino. I suoi principali interessi di ricerca riguardano lo studio dei sistemi dinamici e le loro applicazioni.

 

 

 

Matematica e Letteratura

di Gian Italo Bischi

 

 

Alcuni esempi in ordine sparso:

Giacomo Leopardi

 

Facciamo un salto indietro, per notare che dei cenni di separazione fra le culture si notano già in Giacomo Leopardi (1798-1837), grande ammiratore di Galileo (sia della prosa che delle scoperte scientifiche) e notevole conoscitore e stimatore delle discipline scientifiche. Infatti, le conoscenze possedute da Leopardi mettono straordinariamente insieme Letteratura, Filosofia e interessi squisitamente scientifici. Fin da giovanissimo infatti il poeta recanatese nutrì questi interessi: a soli 14 anni Giacomo, con il fratello Carlo, dà alle stampe un Saggio di chimica e di storia naturale ; l'anno dopo, nel 1813, scrive la Storia dell'Astronomia cui fanno seguito le Dissertazioni fisiche , Dissertazioni sull'origine dell'Astronomia , il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi .

Con il graduale approdo al “sentimento” e alla poesia Leopardi non cancella tutto il suo passato di “ homo scientificus ”. Nello Zibaldone questo retaggio emerge continuamente tra riferimenti espliciti o allusioni indirette. Abbiamo citato le opere relative all'Astronomia (forse la branca cui Leopardi si dedicò più intensamente) e il saggio di Chimica, ma non abbiamo ricordato la Matematica. Qui il discorso si fa più articolato. Nella produzione leopardiana infatti si trovano riferimenti alla Matematica, di cui il più significativo è un passo dello Zibaldone in cui il poeta afferma che:

Nulla di poetico si scopre quando si guarda alla natura con la pura e fredda ragione, quindi nulla di poetico potranno mai scoprire la pura e semplice ragione e la matematica ”.

Da questa affermazione sembra quasi che Leopardi nutra una diffidenza “lirica” nei confronti della Matematica. E rincara la dose nel seguente passo (dallo Zibaldone):

Per quanto voglia farsi, non si speri mai che le opere degli scienziati si scrivano in bella lingua, elegantemente e in buono stile [...] Io escludo dallo scrivere bene i professori di scienze matematiche o fisiche ”.

In effetti siamo già nell'800 e il poeta di Recanati accoglieva in pieno la distinzione, di fine età rinascimentale, tra cultura umanistica e scientifica, distinzione accentuatasi nel Seicento con la nascita di una letteratura, di uno stile e di un linguaggio scientifico, da Galilei a Newton. Ma poco più avanti, sempre nello Zibaldone , scrive:

Di questa sorta di scienze non abbiamo buoni ed eleganti scrittori né antichi né moderni se non pochissimi. I Greci trattavano queste scienze in modo mezzo poetico perché poco sperimentavano e molto immaginavano ”.

A questo punto mi pare di poter affermare che nei passi precedenti Leopardi si riferisse alla Matematica dei calcoli e delle misure, mentre la Matematica greca, che è più vicina al termine moderno che noi oggi attribuiamo alla Matematica pura, quella di logiche dimostrazioni, teorie formali e argomentative, quella a suo parere è vicina alla poesia, proprio come dice Sinisgalli.

Questa interpretazione negativa del Leopardi nei confronti della Matematica nel senso di scienza che misura e riduce la realtà a schemi troppo semplici e riduttivi, ovvero la Matematica del riduzionismo e della banalizzazione della realtà complessa, è resa esplicita nel seguente passo, ancora tratto dallo Zibaldone , riguardante il tema leopardiano per eccellenza, l'infinito.

La varietà della natura solamente in questa terra è infinita; che diremo poi degli altri infiniti mondi? [...] Ma basta che l'uomo abbia veduto la misura di una cosa ancorché smisurata, basta che sia giunto a conoscerne le parti, o a congetturarle secondo le regole della ragione; quella cosa immediatamente gli par piccolissima, gli diviene insufficiente, ed egli ne rimane scontentissimo. [...]” Perciò la matematica, la quale misura quando il piacer nostro non vuole misura, definisce e circoscrive quando il piacer nostro non vuole confini, analizza quando il piacer nostro non vuole analisi né cognizione intima ed esatta della cosa piacevole [...], la matematica, dico, dev'esser necessariamente l'opposto del piacere ”.

In breve: la Matematica che cerca una determinatezza e una misura per il grande, l'illimitato o lo smisurato, finisce per togliere l'unico aspetto poetico e dilettevole per l'anima, che consiste in quella vaghezza, immaginazione e illusione che accompagna di solito l'esperienza dell'infinito.