Ecco il testo della lezione su "Matematica e Letteratura" tenuta da Gian Italo Bischi a Milano, il 23 gennaio, all'interno dei corsi di "Orientamatica" .

Gian Italo Bischi è docente di Metodi matematici per l'Economia e la Finanza presso l'Università di Urbino. I suoi principali interessi di ricerca riguardano lo studio dei sistemi dinamici e le loro applicazioni.

 

 

 

Matematica e Letteratura

di Gian Italo Bischi

 

 

Premessa. Le due culture

Ci siamo ormai abituati a considerare gli interessi culturali separati in due compartimenti ben distinti, due mondi non comunicanti e, almeno apparentemente, caratterizzati da metodi e linguaggi diversi: da una parte il mondo della letteratura, poesia, filosofia, storia, dall'altro il mondo delle scienze cosiddette “dure” come la Fisica, la Chimica, l'Ingegneria e ovviamente la Matematica , che oltre a disciplina a sé stante costituisce spesso il linguaggio e strumento di lavoro delle altre.

Alcuni letterati, poeti e filosofi, per la loro formazione e talvolta anche per ostentata scelta, non hanno alcuna familiarità (o addirittura arrivano a esprimere disprezzo) per tutto ciò che è legato alle “scienze dure”, specialmente per la Matematica. Dicono di non essere interessati a quelle cose, tanto nel loro campo, che è poi la “vera cultura” (a loro dire), non ce n'è bisogno. Anzi, perdere il tempo in formalismi e tecnicismi necessari a capire le scienze non solo è tempo perso, ma addirittura può nuocere loro, contaminare la loro libertà dialettica, la loro fantasia.

Analogamente, dall'altra parte dello steccato, alcuni studiosi di scienze e tecnologie considerano tempo perso accostarsi ai testi letterari, al teatro, alla poesia o alla filosofia. Dicono che si tratta di inutili sofismi, semplici parole e ragionamenti che girano da millenni intorno agli stessi problemi, sentimentalismi inutili e sterili, argomentazioni dettate più da ragioni estetiche che dalla volontà di affrontare seriamente i problemi importanti.

Questa separazione è ormai talmente radicata che uno dei principali crucci dei giovani che si trovano a fare scelte per il loro futuro, ad esempio la scelta di una Facoltà universitaria, è espresso dalla domanda “ da che parte mi butto? ” come se una volta scelta una delle due culture l'altra fosse persa per sempre. Essendo la questione posta in termini così esclusivi e irreversibili, molti si affannano nel chiedersi “ per quale dei due mondi sono più portato? ” oppure “ quale dei due offre maggiori possibilità di lavoro?

In effetti si tratta di un falso problema. La separazione fra le cosiddette “due culture” è un fatto relativamente recente, diciamo soprattutto degli ultimi due secoli. Prima era scontato, del tutto ovvio, che la persona di cultura possedesse una preparazione di base a 360 gradi. Non c'era letterato o poeta che non conoscesse la Geometria di Euclide o gli scritti di Galileo e Newton sulla Fisica e Astronomia di base e non c'era scienziato che non avesse letto i classici della letteratura e non avesse solide basi storiche e filosofiche.

In secondo luogo occorre distinguere fra lo studio per imparare un mestiere e quello per farsi una cultura. In genere, chi ha una buona cultura di base, e conosce più linguaggi, riesce con maggiore facilità e flessibilità a imparare qualunque mestiere.

Il termine due culture fu introdotto da Matthew Arnold, durante una conferenza tenuta nel 1882, il cui argomento centrale era proprio "Letteratura e Scienza" in risposta a una polemica con Thomas Henry Huxley che, in una conferenza sul tema "Scienza e Cultura" tenuta nel 1880, aveva sostenuto (appoggiato dagli industriali inglesi) che gli scienziati avevano fortemente contribuito alla formazione del mondo moderno, ed era quindi necessario spezzare il presunto monopolio culturale delle discipline classiche e assegnare alle scienze il posto che spettava loro di diritto. Huxley sosteneva che i trattati scientifici, come i testi di Copernico, Keplero, Galileo, Newton, Darwin ecc. avrebbero dovuto essere elevati allo stesso livello di considerazione dei testi della letteratura classica. In risposta a queste argomentazioni, Arnold assunse un atteggiamento salomonico, sostenendo che la vera cultura consisteva nella conoscenza degli uomini e del mondo. Perciò riteneva di eguale importanza studiare le discipline umanistiche, intese come le lettere classiche, e quelle scientifiche. Comunque affermò che, per poter utilizzare in modo adeguato i progressi ottenuti grazie alla scienza, l'uomo doveva avere una valida struttura morale, obiettivo raggiungibile solo grazie agli studi umanistici.

A metà del Novecento, Charles Percy Snow (1905-1980) scienziato e romanziere inglese, mise a confronto le culture dei letterati e degli scienziati e nel 1956 pubblicò un articolo provocatorio, intitolato “The Two Cultures”, in cui definì le culture degli scienziati e dei letterati come due campi totalmente separati e per molti versi in antitesi. Secondo lui erano due gruppi le cui differenti norme di comportamento e concezione dei valori rendevano pressoché impossibile qualsiasi forma di comunicazione e, quindi, lo scontro tra le due culture era inevitabile. L'articolo fece scalpore e suscitò consensi e opposizioni, che testimoniavano l'importanza e la pertinenza del suo intervento.

Fra le opinioni più recenti e autorevoli (anche perchè suffragate da esempi tangibili e di altissimo livello) c'è quella di Italo Calvino (1923-1985), di cui parleremo in seguito anche se non abbastanza quanto meriterebbe. Nella sua analisi del rapporto esistente tra le due culture non si ferma alla descrizione attraverso l'opera narrativa (Le Cosmicomiche, Le città invisibili, Il castello dei destini incrociati, Palomar , tanti brevi saggi e racconti). Il suo interesse per la scienza viene espresso in modo sistematico ed esplicito nelle Lezioni Americane, dove affronta il problema del ruolo della letteratura nel prossimo futuro. In particolare, in una delle lezioni, quella intitolata Molteplicità, egli tratta in maniera ampia il rapporto tra letteratura, scienza e complessità, ragionando in modo specifico sul romanzo.

Calvino afferma che la letteratura, avendo lo scopo di conoscere il mondo nella sua globalità e complessità e di ricercarne i punti critici e la bellezza, non può ignorare le conquiste della scienza che persegue gli stessi scopi, seppure attraverso diversi linguaggi e chiavi di lettura. Fondamentale per Calvino è stato l'incontro con il fisico e filosofo della scienza Giorgio De Santillana (1902-1974) le cui conferenze, che Calvino seguì negli Stati Uniti, furono fonte di grande interesse verso la scienza e di ispirazione per lo scrittore. Ebbene, De Santillana scrive, nel 1962:

“Eppure se solo la scienza evitasse di diventare prigioniera delle sue rifiniture formalistiche o della rozzezza pragmatistica [...] troverebbe il suo antico posto nel grande dialogo, non semplicemente come struttura di simboli, ma come metafora dell'essere [...] Essa possiede in sé qualcosa di interamente umanistico, vale a dire il suo giuoco di immagini creative, la sua esperienza nella ricerca della verità, che si legano a tutte le altre forme della ricerca. Nel pensiero di uomini come Henri Poincaré e Herman Weil si trovano, unite nelle loro speculazioni personali, tutte le sfumature di una cultura; non semplicemente le nude ossature del metodo, ma la coscienza filosofica, la capacità contemplativa e la profonda intuizione che sono comunemente attribuite al pensiero tradizionale. Se gli umanisti fossero così aperti al mondo della ideazione scientifica (che nulla ha a che fare con i risultati particolari) e così comprensivi verso le metafore della scienza come quegli uomini lo furono verso le metafore della letteratura, della storia e della religione, ci sarebbero pochi motivi per una guerra contro i mulini a vento. [...] è la ristretta visione monopolistica, da qualunque angolo possa provenire, che costituisce la distruzione del dialogo e del libero gioco del discernimento critico”.

Il romanzo contemporaneo è inteso da Calvino come strumento di conoscenza e rete di connessione fra i vari ambiti della vita. E è grazie a questo strumento che nella nostra epoca "la letteratura è venuta facendosi carico di quest'antica ambizione, di rappresentare la molteplicità delle relazioni, in atto e potenziali […]. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni non settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi ed i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo”. Calvino analizzò anche l'impatto del mondo scientifico-tecnologico sulla letteratura attraverso la rivista Il Menabò che fondò insieme ad Elio Vittorini nel 1959.