Pubblichiamo l'editoriale con cui Pietro Greco apre il n° 5/6 della rivista "Scienza&Società"

Pietro Greco

Pietro Greco è direttore del Master in Comunicazione della Scienza presso la SISSA di Trieste. Collabora con varie testate giornalistiche e radiofoniche, tra cui L'Unità e Radio3Scienza. Ha scritto diversi libri tra i quali Einstein e il ciabattino (Editori Riuniti), Einstein (AlphaTest) e più recentemente, La città della scienza (Bollati Boringhieri, 2006).

 

 

 


Il Manifesto contro
ogni forma di razzismo

di Pietro Greco

«Le razze umane esistono», esordiva il Manifesto della razza firmato nell’estate 1938, settant’anni fa, da un gruppo di dieci “scienziati” italiani e approvato dal Duce in persona, che addirittura ne rivendica la stesura di propria mano.
«Le razze umane esistono» e ciascuna ha capacità anche intellettuali diverse dalle altre; esiste in particolare una “razza italiana” che, naturalmente, è più capace delle altre e deve essere tutelata da pericolose contaminazioni genetiche. In primo luogo dalle contaminazioni di sangue con razze palesemente inferiori, come quella degli ebrei. E dei rom.
«Le razze umane non esistono», esordisce il Manifesto contro ogni forma di razzismo reso pubblico a San Rossore, in Toscana, lo scorso 10 luglio da un gruppo di scienziati italiani – tra cui Rita Levi Montalcini, Enrico Alleva, Guido Barbujani, Marcello Buiatti, Laura Dalla Ragione, Elena Gagliasso, Massimo Livi Bacci, Alberto Piazza, Agostino Pirella, Frencesco Remotti, Filippo Tempia, Flavia Zucco. «Le razze umane non esistono» anche se ogni uomo è geneticamente diverso da ciascun altro. Ma l’umanità non è costituita da piccoli e grandi gruppi diversi per struttura genetica. È piuttosto una rete estesa di persone geneticamente e culturalmente collegate in maniera dinamica tra loro. E quell’aggettivo, dinamico, è da sottolineare. Perché di fatto, nessun popolo nel corso dei secoli può essere considerato isolato geneticamente. E, in particolare, è un mito senza fondamento che sessanta milioni di nativi dell’Italia discendano da famiglie che abitano la penisola da almeno mille anni. Il “meticciato” genetico e culturale è una caratteristica dell’Italia come dell’intera umanità. Di più, è un bene. Sia sul piano strettamente biologico, sia sul piano culturale.
Quello reso pubblico nel 2008 a San Rossore contro ogni forma di razzismo è un vero e proprio Contro-manifesto, puntuale e opportuno. È puntuale perché a ciascuna delle dieci tesi del famigerato Manifesto della razza pubblicato il 15 luglio 1938 sul Giornale d’Italia oppone una tesi diversa, alla luce delle moderne conoscenze scientifiche. Opportuno, perché dimostra che con quell’atto gli scienziati fascisti tradirono insieme la scienza, i valori della comunità scientifica e la loro stessa umanità.
Tradirono la scienza, perché già allora vi erano tutti gli elementi per affermare che il concetto biologico di razza è una pura invenzione. Oggi tutti gli studi genetici lo dimostrano al di là di ogni possibile dubbio.
La genetica, infatti, ha consentito di chiarire almeno cinque punti rispetto alla variabilità tra gli individui e all’esistenza delle razze umane:
1. Ogni uomo è geneticamente diverso da ogni altro. È un organismo biologico unico e irripetibile.
2. Se si considerano i singoli geni, essi sono sempre presenti in quasi tutte le popolazioni umane, anche se con frequenza diversa. In pratica, la frequenza dei singoli geni di tutte le popolazioni umane è largamente sovrapponibile. E, in particolare, nessun gene specifico può essere utilizzato per distinguere una popolazione umana dall’altra. Le popolazioni umane sono geneticamente molto simili le une alle altre.
3. C’è invece una grande variabilità genetica tra gli individui. Nessuno di noi porta i medesimi geni di un altro uomo. Tuttavia la gran parte di questa variabilità è anteriore alla formazione delle diverse popolazioni ed è probabilmente persino anteriore alla formazione della specie sapiens. In ogni caso, diversi studi indipendenti hanno dimostrato che almeno l’85% della diversità genetica (ovvero dell’insieme dei geni umani) è presente in ogni popolazione del mondo, un ulteriore 5% della variabilità genetica è presente tra tutte le popolazioni del medesimo continente, e il residuo 10% è comunque presente in popolazioni di diversi continenti.
4. La variabilità genetica all’interno di singole popolazioni comunque scelte, per esempio tra gli europei o gli italiani, è elevatissima. Mentre le differenze genetiche tra i tipi mediani delle diverse popolazioni – tra gli italiani e gli etiopi, per esempio – sono modeste e pressoché irrilevanti rispetto alla variabilità interna alle singole popolazioni. In pratica, due italiani possono essere geneticamente molto diversi tra loro. Molto più di quanto non siano diversi un italiano medio un etiope medio.
5. La contaminazione genetica tra le diverse popolazioni umane è costante ed elevatissima. Lo confermano persino gli ultimi sequenziamenti dell’intero genoma umano. Nei mesi scorsi, il premio Nobel per la biologia James Dewey Watson, scopritore con Francis Crick della struttura a doppia elica del Dna, ha pubblicato i risultati del sequenziamento del suo Dna. E non senza una sua certa costernazione – Watson aveva detto che i neri hanno mediamente capacità cognitive inferiori a quelle dei bianchi – ha scoperto che il 9% dei propri geni ha un’origine asiatica e che uno dei suoi bisnonni o, comunque, dei suoi antenati recenti era di origine africana.


Il Manifesto contro ogni forma di razzismo dimostra anche – e soprattutto – che gli scienziati fascisti tradirono non solo la scienza (intesa come conoscenza rigorosa) ma anche i valori fondanti della comunità scientifica, mettendo il loro sapere non al servizio dell’intera umanità – come indicava già nel ’600 Francis Bacon – ma al servizio di un’ideologia pericolosa che voleva dividere gli uomini gli uni dagli altri, per discriminarli.
E con ciò, quegli scienziati fascisti, si macchiarono della colpa più grave: tradirono la loro stessa umanità.
Ma il Manifesto antirazzista che il gruppo di scienziati italiani ha reso pubblico a San Rossore lo scorso 10 luglio non ha solo un valore storico e scientifico (e già non sarebbe poca cosa). Ma ha un valore politico di stringente attualità. E giunge più che mai opportuno. Troppe parole, troppi episodi, persino qualche disposizione di governo nel nostro Paese stanno alimentando il fuoco della discriminazione razziale. È ora – ci dicono gli scienziati preoccupati di San Rossore – che questi venti cessino di soffiare e che il fuoco della discriminazione razziale venga definitivamente spento. Prima che scoppi, improvviso, un nuovo incendio.