Pietro Greco comincia, con questo articolo sulla "fuga dei cervelli", la sua collaborazione con il nostro sito.

Giornalista scientifico tra i più noti e apprezzati per la sua competenza e il suo impegno civile, scrittore, Pietro Greco è anche direttore del Master presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste.


Collabora al quotidiano L'Unità e a numerosi periodici.
Tra i suoi libri più recenti, segnaliamo Il sogno di Einstein e Einstein e il ciabattino. Dizionario asimmetrico dei termini scientifici di interesse filosofico (Editori riuniti 2002).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La Fuga dei Cervelli

Pietro Greco


Riccardo Giacconi

 

Il più famoso è, certo, Riccardo Giacconi. Premio Nobel per la Fisica 2002 e "cervello in fuga" dall'Italia 1954. Riccardo Giacconi è nato a Genova, si è laureato a Milano ma è solo negli Stati Uniti d'America che, verso la metà degli anni '50 del XX secolo, ha avuto la possibilità di lavorare e cogliere risultati giudicati di assoluta eccellenza dalla Reale Accademia delle Scienze di Stoccolma.

Ma in realtà "i cervelli attualmente in fuga" dall'Italia sono molti di più e le cause del loro migrar sono molto più recenti.

Alcuni hanno raggiunto l'onore della cronaca.
È il caso di Ignazio Marino, il cardiochirurgo che nei mesi scorsi ha lasciato Palermo per gli Stati Uniti dopo uno scontro, perduto, con la burocrazia e la politica locale. Ed è il caso di Giovanni Bignami, fisico e direttore scientifico dell'Agenzia Spaziale Italiana, che nelle medesime settimane ha lasciato l'Italia per la Francia, vittima di un'interpretazione piuttosto radicale e autolesionista dello spoils system da parte della nuova maggioranza di governo.
Altri, la maggioranza, sono andati e continuano ad andare via senza suscitare clamore. In genere, sono giovani che riescono a valorizzare altrove quel sapere che hanno coltivato in Italia. Non sappiamo, esattamente, quanti siano. Ma sappiamo che i "cervelli in fuga" dall'Italia stanno dando un contributo rilevante allo sviluppo della scienza e, quindi, della tecnoscienza e, quindi, dell'economia dei paesi ospiti (leggi Stati Uniti, soprattutto, Gran Bretagna, Germania, Francia).


Ma perché l'Italia acconsente a questo drenaggio dei suoi cervelli? E quale prezzo paga per questa sua distrazione?

Cominciamo dalla secondo domanda. La più facile. Non prima, però, di aver premesso che la scienza è un'impresa umana che non conosce frontiere. E che la cultura scientifica di un paese aumenta se il flusso di scienziati in uscita e in entrata è continuo e robusto. Naturalmente il flusso deve essere bidirezionale. Se il movimento dei cervelli è unidirezionale e dopo la partenza non c'è ritorno, allora lo scambio salutare diventa dannoso drenaggio. La differenza tra l'Italia e gran parte dei Paesi avanzati è questa: da noi il flusso di scienziati è quasi interamente in uscita e, per di più, chi parte raramente ha in tasca il biglietto di ritorno. Più semplicemente: l'Italia esporta gratuitamente cervelli. Come dimostra Claudia di Giorgio in un libro, Cervelli export, tanto agile quanto denso, appena uscito per i tipi della Adnkronos Libri.
Le conseguenze culturali di questa singolare esportazione sono certo gravi, anche se difficili da quantificare. Ma quelle economiche sono sotto gli occhi di tutti. Il nostro Paese è l'unico, tra i circa trenta dell'Ocse (l'organizzazione dei Paesi più industrializzati), ad avere un deficit strutturale nella bilancia dei pagamenti relativa alle tecnologie più avanzate. E la forbice aumenta non solo nei confronti dei Paesi più avanzati, ma anche dei Paesi emergenti. La competitività nel campo dell'hi-tech è strettamente legata agli investimenti in ricerca e sviluppo e al numero di scienziati e ingegneri che lavorano in un Paese. Ne discende che la fuga degli italici cervelli è connessa con la scarsa competitività del Paese nei settori economici di punta.
Problema non secondario, per il nostro Paese. Visto che la nostra ottima competitività economica nel settore low-tech si è retta, per molti lustri, su due parametri: il basso costo del lavoro in Italia e la svalutazione continua della lira. Ora non possiamo contare più né sulla prima leva (in fatto di costo del lavoro la concorrenza dei Paesi del Terzo Mondo è imbattibile), né sulla seconda leva (la nostra moneta, l'Euro, è la stessa dei nostri principali competitori europei ed è forte anche rispetto al dollaro americano e allo yen giapponese). Per tutti questi motivi - e altri ancora - l'Italia ha visto rapidamente diminuire la sua competitività complessiva negli ultimi anni. Cosicché la "fuga dei cervelli" è parte di un problema diventato di priorità assoluta per il nostro paese: possiamo continuare nel nostro originale percorso di "sviluppo senza ricerca"?


In questa domanda c'è racchiusa parte della risposta al nostro primo quesito: perché l'Italia acconsente a che altri paesi drenino i suoi cervelli e ne ricavino vantaggio?

Claudia Di Giorgio mostra come la fuga dei cervelli dall'Italia abbia conosciuto due stagioni, intramezzate da un breve e felice intervallo che potremmo chiamare età del Parnaso.
La prima stagione è quella associata alla seconda guerra mondiale e inaugurata dalle leggi razziali sciaguratamente varate dal regime fascista nel 1938. In quella stagione l'Italia perse molti cervelli. Enrico Fermi e tutti i ragazzi di via Panisperna (tranne uno, Edoardo Amaldi). Bruno Rossi, il maestro di Riccardo Giacconi. Da Torino subito dopo la guerra partirono tre giovani biologi, allievi di Giuseppe Levi, destinati a vincere, negli Usa, altrettanti premi Nobel: Salvatore Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini.

Renato Dulbecco


Tuttavia, dopo la guerra, quel primo flusso in uscita sostanzialmente finì. Iniziò una breve eppure densa stagione di rinascita. Durante la quale molti scienziati italiani partivano, ma molti scienziati stranieri venivano nel nostro paese: basti ricordare il premio Nobel inglese Boris Chain e lo svizzero Daniel Bovet, che otterrà il Nobel per attività di ricerca svolte in Italia. Insomma, l'Italia sembrava un paese come gli altri, in Occidente, desideroso di ricostruire la sua economia post-bellica con la formula cara a Joseph Schumpeter dello "sviluppo attraverso la ricerca".

È impossibile, in questo spazio, ricostruire con sufficiente completezza quella stagione. Ma basta ricordare l'impulso che alla Fisica italiana conferisce Edoardo Amaldi, quello che alla Chimica italiana conferisce Giulio Natta, quello che alla Biologia conferisce Adriano Buzzati-Traverso. E questo mentre l'industria italiana riusciva a competere innovando nei settori della Meccanica, della Chimica, dell'Elettronica, della Farmaceutica.

Giulio Natta

Poi, all'inizio degli anni '60, la stagione del Parnaso è finita. In un conflitto politico ed economico (con risvolti giudiziari: vedi i processi a Felice Ippolito e a Domenico Marotta), a carattere strategico, ha prevalso nel nostro Paese il composito gruppo di chi riteneva un lusso la ricerca scientifica e perdente la competizione economica nei settori di punta. Meglio far svolgere la ricerca scientifica ad altri e ritagliare all'industria italiana una nicchia nel campo delle commodities, dei beni di largo consumo a bassa intensità di innovazione.
Risultati di questo conflitto storico sono stati: la progressiva erosione della grande industria italiana, ormai virtualmente scomparsa; lo sviluppo frenato della scienza nelle Università e nei centri pubblici di ricerca; la mancanza quasi assoluta di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico nelle industrie. L'insieme di questi componenti ha alimentato la "fuga dei cervelli". L'Università italiana formava (spesso bene) giovani aspiranti ricercatori che la stessa Università, gli Enti pubblici di ricerca e, soprattutto, l'industria non assorbiva. E così questi giovani hanno iniziato ad andare all'estero, dove hanno trovato le migliore opportunità per valorizzare il loro sapere.
È questa la Nemesi associata alla fine della breve stagione del Parnaso. L'Italia ha continuato e continua a investire per formare scienziati che poi hanno lavorato e tuttora lavorano allo sviluppo dei Paesi competitori. E tutto senza (mostrare di) averne coscienza.