Il lettore può anche consultare il materiale pubblicato in occasione delle precedenti "giornate della memoria".

 

 

I dieci

 

I libri si possono scrivere con la spada o con il fioretto. Quello di Franco Cuomo -"I Dieci”- appartiene alla prima categoria. Per questo, può piacere o meno. Ma le cose che racconta –non è allora questione di “piacere di più o piacere di meno”- sono tragiche e angoscianti.


Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Chi sono? Dieci nomi che sembrano non dire niente a nessuno, ma che sarebbe ingiusto seppellire sotto un velo di silenzio, come vorrebbe una certa tendenza all'oblio su alcuni dei più tragici e indimenticabili (nel senso lessicale del termine da non potersi dimenticare) eventi del ventennio fascista. Perché sono i nomi dei dieci "studiosi" -medici, biologi, naturalisti, docenti universitari- che sottoscrissero il Manifesto della razza, noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti, preambolo e fondamento delle leggi razziali del 1938.

I “dieci”, di cui scrive Cuomo, sono i dieci scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza del 1938. È il mese di luglio: il Manifesto rappresenta la giustificazione teorica (?) e l'atto di nascita ufficiale dell'antisemitismo di Stato (del regime fascista). (CRONOLOGIA DELLE LEGGI RAZZIALI)

Subito dopo, opportunamente orchestrate, arrivano le adesioni dei “fiancheggiatori”. È un elenco di 330 personaggi (pubblici), che rappresenta il primo censimento ufficiale dei razzisti italiani. Assieme ai dieci firmatari del Manifesto, compaiono le firme –tra gli altri- di Mussolini, Ciano, Bottai, Starace, Gentile fino a quella di Giorgio Almirante che, nel dopoguerra, sarà segretario del MSI. Compaiono, però, anche altri nomi più “inquietanti”. Uno di questi è quello di padre Agostino Gemelli, fondatore e direttore dell'Università “Cattolica” e presidente della Pontificia Accademia dei Lincei. Un altro è il nome di Amintore Fanfani, uno dei “padri della patria” e membro (pochi anni dopo) dell'Assemblea costituente.

NOTTE A ROMA: IL PRIMO TRENO PER AUSCHWITZ-BIRKENAU. LE ALTRE PARTENZE, FINO ALLA CAPITOLAZIONE DEFINITIVA DI SALÒ

il primo grande treno della morte partì dalla stazione Tiburtina di Roma il 18 ottobre 1943, due giorni dopo la retaa nel ghetto.

Un altro convoglio era partito un mese prima da Merano, dove per motivi logistici, data la vicinanza del confine tedesco, avevano avuto luogo le prove generali della deportazione.

Altri treni stipati di prigionieri partirono in quello scorcio di anno da Milano, Verona, Bologna e Firenze, diretti quasi tutti ad Auschwitz-Birkenau, dove le attrezzature di sterminio erano al maggiore livello di efficienza, sia per le tecnologie adottate che per il numero e la capienza dei locali detti «docce», dove la morte per gas veniva inflitta.
Il traffico andò intensificandosi nel '44, con il perfezionarsi del sistema di concentramento escogitato da Buffarini Guidi d'intesa con la polizia tedesca. Fu allora che il campo «nazionale» di Fossoli divenne centro di raccolta e smistamento generale dei detenuti provenienti dai campi «provinciali». La maggior parte di loro prese la via di Auschwitz,e solo in poche centinaia quella di Buchenwald, Flossenburg, Bergen Belsen, Ravenbriick e altri campi nei quali le operazioni di sterminio subivano rallentamenti dovuti alla inadeguatezza degli impianti di fronte al sovrannumero degli internati.
Sostenevano gli esperti che tutti gli altri campi fossero «artigianali» rispetto al grande complesso «industriale» di Auschwitz-Birkenau.
Il calendario dei treni in partenza da Fossoli dà la misura dell'intensità e della fretta dell'operazione concordata dai fascisti di Salò con gli occupanti tedeschi: il primo convoglio partì il 19 febbraio 1944, l'ultimo a luglio, molto breve l'intervallo tra le due date, facendo salire di svariate migliaia il bilancio della strage in corso da un capo all'altro dell'Europa.
L'arretramento del fronte rese inutilizzabile il campo di Fossoli, ma non bastò a incrinare la volontà omicida dei carnefici. Così, per supplire a questa emergenza – loro che di emergenze ne avevano ormai tante, trovandosi praticamente in ginocchio, incalzati dal nemico, senza più vie di scampo – trasferirono i centri di raccolta e smistamento a Bolzano (Gries) e Trieste (Risiera di San Saba). Da lì continuarono a partire i treni della morte fino alla capitolazione definitiva di Salò.

Transitarono su quei treni senza ritorno oltre ottomila ebrei italiani. Ne tornarono poco più di ottocento, la decima parte.
C'erano 733 bambini tra i deportati. Ne tornarono 121.

Le testimonianze delle conseguenze provocate dal Manifesto della razza e delle successive leggi razziali sono –dicevamo- angoscianti1. Il primo grande treno della morte partì dalla stazione Tiburtina di Roma il 18 ottobre 1943, due giorni dopo la retata nel ghetto.
Ma ugualmente angoscianti sono i racconti delle tragedie individuali, come il suicidio, a Modena, dell'editore Formiggini. Odioso e miserevole fu il commento di Starace, del resto in linea con il suo stile: “è morto proprio come un ebreo; si è gettato da una torre per risparmiare un colpo di pistola”. E come dimenticare la lettera a Mussolini (il 2 dicembre del '43) di un ufficiale reso cieco dalla guerra e a cui restavano, quali uniche consolazioni, l'amore della moglie ebrea e del figlio, richiamato al fronte?

«[...] Io ho da oltre 21 anni sposa e compagna assidua della mia vita una donna che le leggi recenti considerano di razza ebraica, per quanto non abbia mai appartenuto alla Comunità, non ne abbia la religione e sia stata a suo tempo discriminata. Il nostro unico figlio è attualmente alle armi, e dell'esercito faccio parte io pure col gruppo degli Ufficiali Ciechi di guerra, richiamati da tempo in servizio e mantenuti a titolo di riconoscenza nazionale. [...] Desidero portare a conoscenza dell'E.V. il mio stato di ansietà e di angustia, e pregarla di una parola di assicurazione. Nel buio che mi avvolge da quando ho dato in combattimento alla Patria i miei due occhi l'unica mia ragione di vita e l'unico mio conforto è stata questa mia famiglia, che mi sono costituita faticosamente e col consenso di tutte le leggi, e che rappresenta il mio solo bene. [...] Mia moglie, che ha diviso da oltre venti anni con me ogni ora della mia vita buona e cattiva, che mi è stata compagna preziosa, è della mia vita parte essenziale».

Quello che effettivamente sorprende, e a cui quasi non si vorrebbe credere, è che i 10 “scienziati”, firmatari del Manifesto della razza, una volta caduto il fascismo e finita la guerra, ripresero una tranquilla vita “normale”.

Nicola Pende conservò la sua cattedra di Patologia medica all'Università di Roma fino al 1955. A Bari, gli hanno dedicato una strada! C'è anche (a Noicottaro) una scuola media “Nicola Pende” e un premio è stato recentemente bandito (2004), per onorare la sua memoria, dalla Società italiana di Endocrinologia.

“Si fossero almeno pentiti, avessero chiesto perdono (…). Ma no niente (…). Dormivano tranquilli nei loro letti Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari, quando il primo treno per Auschwitz partiva dalla stazione Tiburtina con il suo carico di uomini, donne, bambini da loro indicati come impuri di sangue e di pensiero, perciò da eliminare. Altri treni partirono nella notte, sempre di più, per i campi del non ritorno, e loro dormivano nei loro letti tranquilli. Continuarono a dormire nei loro letti mentre migliaia di innocenti venivano tirati fuori dai propri e deportati, non per fatale perversità della storia ma per effetto dell'odio da loro predicato.”