In questa conversazione con Angelo Guerraggio, Giulio Giorello rievoca la personalità filososfica e scientifica di René Thom, a poco più di un mese dalla sua scomparsa.


Giulio Giorello

 


Giulio Giorello ricorda René Thom



René Thom
Giulio, quando hai conosciuto René Thom?

Credo che fosse il 1978 o il 1979. Erano gli anni dell'Enciclopedia Einaudi. C'erano Ruggiero Romano, Krzysztof Pomian, autore della voce Catastrofi per l'Enciclopedia, Enrico Bombieri, Giuseppe Geymonat, che ci parlava di Smale, di Arnol'd, di Zeeman. Quanto a me, lavoravo soprattutto con Jean Petitot e Fernando Gil, ed è con loro e con Marco Mondadori che ha preso corpo l'idea di una "venuta" di Thom in Italia.

E Thom venne in Italia ?

Sì, organizzammo con Daniela Benelli un ciclo di incontri a Milano, alla Casa della Cultura. Ebbe un grande successo: più di 300 persone vennero ad ascoltare Thom. Del resto, in quegli anni la Teoria della Catastrofi era "di moda". Ne parlavano persino i giornali, con un risalto inconsueto per una teoria matematica. Giova ricordare che la locuzione "Teoria delle Catastrofi" era stata coniata non da Thom ma da Zeeman. Thom ne apprezzava soprattutto l'utilizzo in un'ottica di teoria generale dei sistemi. Ma prendeva le distanze da chi, come lo stesso Zeeman, sembrava mirare a risultati immediati, pretendendo di produrre modelli effettivi in grado di realizzare previsioni e azioni efficaci.
Nei mesi successivi le occasioni di incontro e di discussione si moltiplicarono, fino all'intervista che gli feci insieme a Simona Morini e che fu pubblicata da il Saggiatore nel 1980. Per preparare l'intervista, andai a trovare Thom in Francia. Era alsaziano di origine e in Alsazia amava passare le vacanze estive. Ricordo i suoi seminari. Semplicemente, un genio! Talvolta si parlava di politica, benché questa non fosse al centro dei suoi interessi. Era una sorta di moderato di sinistra, anche se non nutriva troppo illusioni. Lo appassionavano di più le questioni dei diritti civili e del dissenso nei Paesi dell'Est. In seguito, riuscii a farlo invitare a Spoleto - Scienza, organizzando un dibattito con Paul Feyerabend. Nonostante le polemiche, tipiche di ogni confronto tra grandi pensatori, i due si piacevano. Ovviamente, non ero il suo solo interlocutore in Italia. C'erano, per esempio, Giuseppe Longo, alcuni matematici della Normale di Pisa, ecc.

Thom è stato anche un filosofo?

Non c'è dubbio che avesse una notevole sensibilità per la Filosofia. Tutta la sua opera matematica era animata da una forte richiesta di Filosofia. Nei nostri incontri in Alsazia ebbi modo di conoscere la sua passione per Eraclito e per la funzione generativa del conflitto. Ma erano soprattutto i suoi lavori di Topologia differenziale a rivelare il suo atteggiamento filosofico. Penso alle sue considerazioni sull'"aporia fondatrice della matematica", che vedeva già all'opera nella teoria del cobordismo. La Teoria delle Catastrofi risultava così ai suoi occhi come un'interpretazione fenomenologica delle Biforcazioni.

Era notevole anche la sua cultura filosofica?

Conosceva bene, per esempio, Goethe e Schelling. Aveva meditato a lungo anche Kant e Hegel. Dei filosofi della scienza contemporanei apprezzava in particolare Thomas Kuhn; trovava che l'idea di paradigma e quella di rivoluzione potessero rientrare nello schema catastrofista. Ma non c'è dubbio che guardasse soprattutto alla Filosofia greca, dall'amato Eraclito al non meno amato paragone platonico della caverna, in polemica con la Filosofia di lingua inglese, con il positivismo logico e soprattutto con la riduzione della Filosofia ad analisi del linguaggio. L'idea che mi è rimasta del Thom "filosofo" è quella di un Greco vissuto in pieno Novecento. Lo sforzo di costituzione di una disciplina era per lui legato alla risoluzione di un'aporia fondatrice. Si trattava di riempire una lacuna, carica della pregnanza costitutiva, con degli oggetti derivati che sono frutto del processo storico. Le controversie scientifiche, le rivalità tra i diversi sistemi culturali, la lotta tra paradigmi altro non sarebbero che manifestazioni del conflitto tra queste pregnanze.

E i "debiti" matematici di Thom ?

La sua formazione matematica era debitrice alla grande scuola francese. Antica e moderna, Bourbaki compreso. René ricordava spesso i contributi di Cartan, Ehresmann, Serre, ecc.. Ma i suoi riferimenti spaziavano ben oltre l'orizzonte francese. Ricordo però anche alcune sue prese di distanza, alquanto critiche. Per esempio, dalla Meccania quantistica (e dal suo formalismo) e da Prigogine e dalla sua metodologia generale. Era scettico e sospettoso nei confronti delle esemplificazioni e delle divulgazioni troppo facili…

Jlya Prigogine

 

Hai citato Bourbaki. E' "d'obbligo" ricordare la sua polemica con Dieudonné…

Non diversamente dagli altri "novizi", Thom fu introdotto nel gruppo Bourbaki come cavia: doveva assistere alla preparazione dei testi degli Elements ed eventualmente dare un suo parere. Dall'intervista risulta come egli si "annoiasse" non poco in quegli incontri e come talvolta gli capitasse addirittura di addormentarsi! La sua rottura con il gruppo bourbakista si consumò sul terreno del formalismo. Thom non sopportava una presentazione della Matematica rigorosa ma asettica. I bourbakisti si occupavano a suo dire soltanto di alcune porzioni del pensiero matematico - quelle che si prestavano a una tale presentazione rigorosa - mentre gran parte della Matematica "viva" sfuggiva alla loro attenzione. Per Thom, Bourbaki aveva imbalsamato la Matematica, riducendola a una mummia! La critica si trasferiva facilmente sul piano della didattica. Thom non amava la teoria degli insiemi; considerava la costruzione cantoriana del transfinito una cattedrale campata per aria; quanto ai "fondamenti", riteneva aberrante la presunzione della Matematica di essere l'unica scienza in grado di fondarsi su di sé o sulla Logica; né aveva maggiore stima per la Teoria delle categorie, che dubitava che fosse qualcosa di più di un linguaggio.

Ce n'è per tutti, insomma. Un carattere polemico …


Jean Dieudonné
Al primo impatto risultava freddo, forse timido. Ma poi mostrava subito una grande umanità e una grande gentilezza. Certo, quando lo facevano uscire dai gangheri … le sue battute erano feroci! Ricordo ancora i suoi commenti nei giorni del "processo" intentatogli dall'Académie ... Nutriva un profondo rispetto per Dieudonné e ne era contraccambiato. Al di là dei momenti di tensione e di polemica, aveva un atteggiamento ampiamente articolato, da intellettuale mitteleuropeo.

Era estremamente curioso di Fisica e di Biologia, di Linguistica e di Filosofia, ecc. Non andava alla ricerca di semplici "ricette", e il successo sperimentale, predittivo, di una teoria non costituiva ai suoi occhi l'unico criterio decisivo. Come amava ripetere, predire non significa comprendere. E di "comprendere", o di "tentare di comprendere", la matematica, la scienza, e più in generale ogni attività umana non potevano fare a meno.