29/01/05

La mattina partecipo all'incontro sulla difesa popolare nonviolenta ed in particolare sui corpi internazionali di pace, che è stato organizzato come seguito concreto e propositivo dall'incontro con Muller. Muller è presente. C'è una certa partecipazione anche se consistentemente minore di quella che c'era stata al primo incontro.

In un intervento nel corso della discussione sul tema, Muller interviene sostenendo il ruolo delle forze di pace nonviolente e non armate, e fa l'esempio di ciò che si potrebbe/dovrebbe fare in Palestina. Ci vorrebbe, dice, una forza di interposizione che superi l'attuale tipo di intervento delle organizzazioni internazionali. Attualmente l'intervento è collocato nelle zone abitate dai palestinesi ed è visto come supporto per i palestinesi. È necessario, secondo Muller, un approccio più simmetrico, una forza di interposizione che si collochi in entrambi i territori. Non una forza neutrale che non sia né dalla parte degli uni né da quella degli altri; piuttosto una forza che sia allo stesso tempo dalla parte degli israeliani e dalla parte dei palestinesi. Naturalmente Muller si rende conto del fatto che il conflitto non è simmetrico, ma questo non impedisce un approccio che sia visto come non ostile da nessuna delle due parti.

Faccio un intervento osservando che la proposta di Muller non tiene conto della complessità della situazione sul terreno in Palestina. Non esiste una linea di confine chiaramente definita; a causa dello sviluppo degli insediamenti, le aree abitate dalle due popolazioni si intersecano tanto da fare pensare ad alcuni che la soluzione "due popoli, due stati" è ormai nei fatti inapplicabile, e che l'unica via di uscita sia uno stato binazionale. In questa situazione non si vede dove possa essere lo spazio fisico (simmetrico) per lo stazionamento di una forza di pace internazionale non armata. Piuttosto c'è un altro tipo di problema. È sempre più chiaro che, accanto alla lotta dei palestinesi contro l'occupazione ed a quella dei pacifisti israeliani di sostegno ai palestinesi, c'è un altro tipo di lotta molto importante e che è trasversale rispetto ai due campi. Si tratta della lotta per la democrazia e per i diritti, una lotta comune a palestinesi ed israeliani, necessaria per rendere vivibile quello spazio fisico che lo è sempre più meno e non solo per i palestinesi. L'estremismo ideologico e religioso, la militarizzazione crescente, la radicalizzazione politica stanno rendendo Israele un paese illiberale se non fascista politicamente, razzista e caratterizzato da forti diseguaglianze economiche. Il problema non è allora quello di pensare a spazi fisici simmetrici per forze di pace, quanto alla creazione di spazi politici simmetrici in cui le due parti si possano incontrare per una azione comune, nella coscienza che c'è una lotta comune a chi nei due popoli vuole la costruzione di una democrazia rispettosa dell'essere umano e dei dirittri umani. Non è una cosa facile e richiede l'ideazione e la messa a punto di nuove forme di intervento di pace dall'esterno. Un punto importante è che non si possono usare gli stessi strumenti in tutti i contesti, ma bisogna studiare strumenti diversi per contesti diversi.

Muller dice di sentirsi interpellato e ribatte riaffermando il valore della sua proposta, ma, naturalmente, non negando l'importanza di creare anche spazi politici.

Il pomeriggio dei tre seminari che avevo scelto come interessanti nessuno si è svolto. Il problema è che non ci sono annunci, per cui l'unica possibilità è andare fisicamente nei luoghi all'ora prevista (le 15:30 in questo caso) ed aspettare pazientemente, per poi spostarsi se risulta evidente che nulla accade. Il guaio è che le distanze fra un punto e l'altro possono essere anche molto consistenti ed il sole a quell'ora picchia forte.

Alla fine mi risolvo di tentare di andare ad un incontro che avevo inizialmente escluso anche perché molto decentrato (2-3 km dalla zona dove si sarebbero dovuti tenere gli altri), un incontro su antiglobalizzazione ed alterglobalizzazione. Prendo un taxi e raggiungo lo spazio A dove si tiene l'incontro. La sala è gremita, con capannelli fuori dalle entrate. Riesco a farmi spazio e ad entrare e mi trovo, in piedi, in una sorta di sauna. Erano previsti fra gli altri John Holloway e Toni Negri. C'era Holloway, ma non Negri (quello delle assenze di oratori previsti è stato un fatto diffuso e comune). L'ambiente sembra molto ideologizzato e pronto ad applaudire qualsiasi affermazione che faccia riferimento ad antiimperialismo, anticapitalismo ed antiamericanismo. Holloway parla per 10 minuti sostenendo che il fatto che ci sia tanta partecipazione al Social Forum è un indicatore dell'incrinarsi del sistema capitalistico (tanti applausi) e riafferma la sua nota tesi che si possa cambiare il mondo senza prendere il potere, tesi che però non sviluppa né cerca di calare nella realtà. Qui mi sembra ancora più schematico di quanto non mi fosse sembrato nel precedente incontro (il 27 scorso). Seguono due interventi molto ideologici: Marx, Lenin ed il comunismo che ha come stadio finale l'abolizione dello stato. Al quarto intervento, che al contrario dei primi tre seguo male per il tipo di portoghese usato e per le sempre più infelici condizioni ambientali, mi dichiaro sconfitto ed esco, avviandomi a piedi verso il centro di Porto Alegre.