28/01/2005

 

Sono sotto la tenda in cui si svolgerà l'incontro sulla nonviolenza, con la partecipazione di Muller. È da poco terminato un incontro sul conflitto Israelo-palestinese e sulle esperienze di nonviolenza in questo conflitto. Qui davanti si sta svolgendo una manifestazione accompagnata da un assordante ritmo di tamburi; riesco nel rumore a distinguere lo slogan "Bush terrorista". Fa parte del colore locale.

Vicino a me una delle relatrici dell'incontro precedente sta rilasciando un'intervista. Si chiama Lin Chalozin-Dovrat, è una giovane insegnante israeliana e fa parte della Coalition of Women for Peace.


Lin Chalozin-Dovrat

Minuta, occhi vivacissimi, viso luminoso, mi ha molto colpito per la la passione con cui ci ha parlato, a partire dalla sua esperienza, della necessità di una lotta comune fra israeliani e palestinesi per rendere quell'angolo di mondo più vivibile.
In questo momento Israele è un posto che diviene ogni giorno più invivibile. La società israeliana si sposta politicamente sempre più a destra, aumentano le disuguaglianze economiche; è una società che tende ad escludere, e non solo i palestinesi.
Forse è necessario piuttosto che parlare di pace, discorso che rischia di rimanere astratto, parlare di condivisione. Sono molti quelli che a parole vogliono la pace; il discorso diventa più difficile quando si comincia a parlare di condivisione, di risorse e di terra.
Tutto ciò richiede un cambiamento di prospettiva, anche da parte palestinese, che è però difficile nella attuale situazione di occupazione.
Lin ci ha ricordato il muro ed il gravissimo problema che esso costituisce. Purtroppo anche nel campo di coloro che si dicono pacifisti, molti sono a favore del muro. Il fatto è che molti in Israele non l'hanno mai visto, non si rendono conto di cosa esso significhi per la vita quotidiana dei palestinesi, e di cosa significhi in termini geopolitici. Il muro ritaglia quella parte dei territori occupati che nei fatti Barak sarebbe stato disposto ad offrire ai palestinesi a Ginevra. Rilevanti annessioni lungo la linea verde, intorno a Gerusalemme e nella valle del Giordano. Questa è la dimensione geopolitica della pace che la maggior parte degli israeliani vorrebbero.

Da molti in Israele il muro viene visto come una difesa della propria identità. Ma che fragile identità è mai questa - si chiede Lin - se ha bisogno di un muro di 8 metri di altezza per difendersi? È necessario continuare a lottare contro il muro, ma è purtroppo una lotta che sta perdendo intensità. Da un lato i giornali non sembrano più interessati all'argomento, e dall'altro si tratta di una lotta molto pericolosa in cui c'è per chi ci si impegna un concreto rischio di vita. Inoltre la lotta a volte crea situazioni di ulteriore difficoltà ai palestinesi: in un caso sono stati gli stessi palestinesi a chiedere ai pacifisti israeliani di non andare più a protestare ad un passaggio nel muro, perché le proteste portavano a chiusure del passaggio stesso e la possibilità di transito era per loro vitale.


Gandhi
Più tardi inizia l'incontro sulla nonviolenza organizzato dalla tavola della pace di Pontedera, dal Centro Gandhi e da altre organizzazioni pacifiste italiane. C'è molto pubblico: il tendone è quasi pieno e si vedono anche alcune magliette con il logo del Corso di laurea con Scienze per la Pace dell'Università di Pisa.

Si inizia con una relazione di Jean Marie Muller, filosofo francese della nonviolenza un cui libro è stato appena tradotto in italiano e pubblicato nella collana del Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace della nostra Università.

Muller colloca molto bene il discorso sulla nonviolenza all'interno del contesto in cui ci troviamo. L'affermazione che sta alla base del Social Forum è "Un nuovo mondo è possibile". Ma quali sono le caratteristiche del vecchio mondo? si chiede Muller.
Il vecchio mondo è caratterizzato dalla violenza nelle sue diverse forme, e dietro questa violenza ci sono le ideologie: nazionalismo, razzismo, xenofobia, estremismi religiosi, dottrine economiche basate sul profitto.
Il nuovo mondo che vogliamo costruire quindi si deve distinguere dal vecchio proprio su questo punto, la violenza.
Ogni violenza è una violazione della dignità umana. Non ci può essere nessuna violenza buona, giusta.
Bisogna decostruire la cultura della violenza che caratterizza il vecchio mondo, cioè il nostro, quello attuale, e ricostruire una cultura della nonviolenza.
Con la violenza non si può costruire il mondo nuovo proprio perché già l'uso di questo mezzo lo renderebbe non diverso dal vecchio. La violenza è l'arma di tutti gli imperialismi e non si può vincere usando le loro stesse armi.
Rispetto per tutti, anche per il nemico; pacificare le parole.


Jean Marie Muller
Anche l'insulto è una forma di violenza che appartiene al vecchio mondo. Gandhi iniziò con "Caro Amico" la lettera in cui annunciava al ViceRe dell'India che il popolo indiano avrebbe iniziato un'azione di disobbedienza civile fino all'ottenimento dell'indipendenza.

Era un modo radicale di rovesciare le relazioni che l'Impero britannico imponeva. Bisognerebbe sostituire all'insulto l'humor, ci dice Muller. Il nostro slogan dovrebbe essere "fate l'humor non la guerra". Mi viene alla memoria la scritta che apparve su un muro della Sapienza di Roma durante l'occupazione studentesca del 1968: "Una risata vi seppellirà".

Oltre a questi incontri oggi ho partecipato anche ad uno organizzato dal Palestinian Working Women Society for Development. Parlano due delle donne che lavorano nel PWWSD, e riescono in modo efficace e coinvolgente a dare il senso della loro difficilissima lotta su due fronti, la lotta contro l'occupante israeliano e quella contro la condizione di discriminazione in cui si trova la donna palestinese. La seconda, che avevo già incontrato a Ramallah in occasione di un viaggio fra la fine del 1998 e l'inizio del 1999, ci racconta della sua esperienza. Ha iniziato il suo impegno politico partecipando alla prima intifada, quando era ancora adolescente, e questo l'ha cambiata: "la lotta mi ha liberato, mi ha trasformata in un essere umano libero". Ora abita a Ramallah vicino alla Muqata, e sua figlia è nata in mezzo allo sferragliare dei tank ed al rombo degli aerei. Ancora oggi la loro vita si svolge in una situazione di guerra. Questo fa spaventare la figlia, ma lei cerca di educarla a non avere paura, ad essere una lottatrice. Una volta la figlia tornando da scuola è stata presa da panico alla vista di un tank con un soldato armato sopra; lei le ha spiegato che non doveva avere paura: "il soldato è un essere umano come te; quel pezzo di ferro che tiene in mano non lo fa migliore. Parla con lui. Non avere paura, sii forte".

Conclude affermando la propria convinzione che il popolo palestinese vincerà. "Non importa quando, ma un giorno danzeremo in una terra libera".