Renato Betti


LA CHIAVE CIFRANTE

Per quanto possa sembrare paradossale, tutti convengono che, per dotarsi di un metodo con il quale trasmettere dei messaggi riservati lungo un canale che può essere intercettato, è necessario avere in precedenza a disposizione un canale sicuro attraverso il quale A e B possono scambiarsi una chiave che serva all'uno per cifrare i messaggi ed all'altro per decifrare.


Blaise de Vigenère

Il fatto è che questo canale sicuro non può essere usato per le normali trasmissioni, ma magari si stabilisce in condizioni eccezionali, difficilmente ripetibili. Ad esempio, nella metafora spionistica, che ben si adatta a queste situazioni, A e B si incontrano e si accordano direttamente sulla chiave che in seguito useranno. Basta. Il canale sicuro fornito dalla loro vicinanza e dalla possibilità di comunicare a voce non si ripeterà più, ma la chiave rimane a garanzia della segretezza per le loro future comunicazioni lungo un altro e più consueto canale che -ben lo sanno- è sistematicamente intercettato dal rivale C.

Il ruolo fondamentale della chiave cifrante è stato addirittura codificato in un periodo in cui l'attività crittograrica, da sempre in grande uso nel campo militare, ha raggiunto una specie di massimo impiego. Il filologo olandese Jean Guillaume Kerckhoffs (18351903), nella sua opera La cryptographie militaire del 1883, osserva che la sicurezza di un sistema crittografico dipende solamente dalla segretezza della chiave.
In altri termini, si ammette senza discussione che un eventuale intercettatore venga a conoscenza dei messaggi cifrati ed anche del sistema di cifratura usato: quello che non deve conoscere è la chiave. Sulla sua segretezza riposa la sicurezza della trasmissione e viceversa: all'intercettatore basta conoscere la chiave per essere in grado di decifrare tutti i messaggi.
Qual è allora il problema dal punto di vista di chi vuole scambiarsi messaggi riservati? Chiaramente, in primo luogo la chiave del sistema crittografico deve essere a conoscenza di poche persone, chi trasmette e chi riceve e possibilmente nessun'altro perché -si sa- gli intercettatori hanno pochi scrupoli. E poi unire il requisito della semplicità -per poterla ricordare senza lasciare in giro documenti in cui è possibile trovarla e per facilità d'uso- insieme a qualche forma di complessità che non consenta di risalire facilmente ad essa esaminando un certo numero di messaggi cifrati. Diciamo che i problemi della chiave crittografica sono quelli della sua condivisione fra più soggetti e di un equilibrato rapporto fra la semplicità e la complessità d'uso.