Nei giorni scorsi un gruppo di prestigiosi scienziati italiani ha espresso tutto il proprio dissenso nei confronti di una "Finanziaria", che taglierebbe i fondi alla ricerca di base. Tra di loro Carlo Bernardini, fisico, docente all'Università "La Sapienza" di Roma, direttore della rivista "Sapere".


 


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Bruciamo i mobili di casa per scaldarci

di Carlo Bernardini

 

 

La ricerca di base è in pericolo. Di tanto in tanto, già negli anni passati, era capitato di sentire voci che, minacciando di ridurre i finanziamenti pubblici, sollecitavano a stipulare sodalizi con l'industria privata per fare ricerche comuni ma, che io sappia, si trattava di contatti subito abortiti. Abortiti, a quanto ne so, per la scarsa lungimiranza dell'imprenditoria privata: molte buone ragioni per questa opinione ebbi modo di scriverle nel libretto "Idee per il governo. La ricerca scientifica", edito da Laterza, che tuttora non sconfesso.

Adesso posso riassumere in un breve ed efficace slogan la faccenda: ci sono responsabili politici e parti sociali che non hanno la cultura necessaria per apprezzare il valore strategico della ricerca fondamentale. Il che torna con l'idea
che non soltanto ogni attività che non produca profitti è culturalmente indigesta a queste persone, ma anche ogni attività che richieda tempi lunghi di realizzazione non li interessa.

Un bel guaio: la ricerca si alimenta di un lenta ma progressiva acquisizione di conoscenze non immediatamente spendibili; ma tutti i normali esperti di settore (non dediti al cumulo di ricchezze nell'immediato) sanno che alla lunga la ricerca di base cambia il mondo come null'altro lo ha mai cambiato. Come diceva Faraday a proposito dell'elettricità, agli inizi del secolo scorso, "ancora non so a cosa serve, ma sono sicuro che nel giro di qualche anno il governo ci metterà sopra una tassa".

Il danno che può derivare dalla sciatteria verso i problemi della ricerca è enorme. Per questo non bisogna abbassare la guardia, non bisogna ammettere pazzie estemporanee (chiudere il CNR? "che dio lo perdoni", come commentava Einstein di fronte a chi diceva sciocchezze), bisogna spiegare bene alla pubblica opinione ciò che c'è e quanto vale, ciò che potrebbe esserci e perché non c'è ancora.

Quanto alle condizioni al contorno, la produzione e l'economia, la documentazione non manca: i rapporti ENEA sulle tecnologie avanzate, oggetto delle appassionate denunce di Marcello De Cecco negli anni scorsi, parlano chiaro sulla nostra arretratezza; vale ancor la pena di leggerli.

Propongo di fare un corso di acculturazione in rete sulla ricerca scientifica ad uso dei governanti: dopotutto, si fanno cose di questo tipo per chi perde la bussola in alto mare; perché non estendere il metodo?