Perchè Scrivo?
Intervista a Giuseppe O. Longo
a cura di Susanna De Maron

Giuseppe O. Longo è quella personalità sfaccettata, multiforme e incredibilmente varia che il suo "CHI SONO" lascia solo trasparire.
L'abbiamo incontrato a Milano, al Convegno organizzato nella primavera 2000 dal PRISTEM sui rapporti tra Matematica e Filosofia, nel XX secolo.
Abbiamo poi deciso di continuare la conversazione, indagando sull'"anomalia" di uno scienziato che scrive racconti e romanzi.

Chi volesse mettersi in contatto personalmente con Giuseppe O. Longo può scrivergli utilizzndo l'e-mail: longo@mail.univ.trieste.it.



D - Perché si scrive di narrativa?

R - Non so perché si scriva in generale, so perché scrivo io: per necessità. E' una necessità primaria, che ha a che fare con il mondo e con il mio rapporto con il mondo. E il mondo è fatto di tante cose, anche di Internet e di lettori pigri: la scrittura può occuparsi anche di coloro che non vogliono o non possono occuparsi della lettura. Scrittura e lettura sono fenomeni globali, mentali e corporei insieme: ogni atto linguistico, a ben guardare, è un atto sistemico del mondo, che si svolge sì sotto la particolare angolatura dell'individuo che compie l'atto, ma che attraverso quell'individuo si collega a tutto il resto. E ogni testo è scritto dal mondo su se stesso.
Chi scrive presta al mondo mente, mano e corpo, consentendogli di scrivere o di scriversi. E così chi parla e chi legge e chi ascolta: sono tutti veicoli di qualcosa di più grande. Questo punto di vista permette, tra l'altro, di capire e valutare meglio la funzione attiva dell'ascoltatore o del lettore, di chi insomma ricostruisce in sé il testo.
Ma queste sono riflessioni sullo scrivere, che vengono dopo: prima di tutto c'è la scrittura, poi c'è la riflessione.
E la scrittura ha a che fare con le cose indicibili, con il gonfiore dell'essere, con il luogo oscuro dei sentimenti,
dei figli e dei defunti, con quei segni che crediamo di vedere nel cielo al tramonto. Ha a che fare col nostro essere qui, nel mondo, senza saperne il perché, talora smarriti, talora riconoscenti, sempre confusi.
E per vivere (o, appunto, per sopravvivere), dobbiamo raccontarci le storie. Tutto questo groviglio inestricabile preme per farsi dire, e noi siamo i tramiti. Lo scrittore parla agli altri e per gli altri, dà voce a ciò che anche gli altri sentono, perché siamo tutti della stessa natura e abbiamo sperimentato più o meno tutti le stesse gioie e gli stessi dolori.

D - Insisto e preciso: perché un matematico scrive di narrativa? Non basta la razionalità per capire e spiegare il mondo?

R - Il mondo è uno e complesso, l'uomo è uno e molteplice. Per sopravvivere nel mondo e superare la paralisi e lo stupore, che lo colgono di fronte al mondo, l'uomo deve costruirne dei modelli semplificati e usa tutti i suoi mezzi, dalla matematica alla tecnica alla poesia alla pittura: ma tutti presuppongo lo stesso mondo.
Tutto è profondamente unito, ma anche diviso: l'ambiguità e la contraddizione non vanno temute, ma coltivate, perché arricchiscono. Ho sempre cercato di inseguire l'unità elusiva e sfuggente del mondo, sfruttando tutte le possibilità che mi venivano offerte. Un modo di vedere è anche un modo di non vedere. La descrizione doppia vale più della descrizione semplice. Vedere un albero con gli occhi di un botanico e con gli occhi di un poetaci dice qualcosa di più di quanto ci direbbero separatamente il botanico e il poeta. Ma alla fine la ragione
deve arrendersi alla poesia, il tentativo di razionalizzare il mondo urta contro
la resistenza tenace di quel residuo oscuro, intraducibile, primario, baluginante e inafferrabile di cui ho detto sopra. E' lì che l'uomo ritorna, anche l'uomo più attaccato alla ragione computante: quando gli altri suoni tacciono, quando le macchine smettono di strepitare, si ode il rintocco flebile ma penetrante della campana della sera, come nelle pagine finali del mio romanzo "La Gerarchia di Ackermann." Almeno finché l'uomo non sarà sostituito dalle macchine,
come accade in certi racconti dell’altro mio volume "Fuoco completo". Nel volume "Congetture sull'inferno" c'è un racconto, "Ricordo di viaggio" che parla dell'indicibile come di una muraglia immersa nell'oscurità che ci circonda e verso la quale indirizziamo voci e richiami per poterne congetturare la forma e la grana.
Ecco: non possiamo mai raggiungere la muraglia, ma proprio per questo è solo la muraglia che c'interessa.
Quello che si può dire è scontato, diventa presto stucchevole e noioso. C'interessa dire solo l'indicibile.

D - Che legame c'è tra la tua scrittura e il mondo in cui vivi?

R - A questa domanda non so bene che cosa rispondere: mi è sempre stato difficile cogliere in modo esplicito i legami tra la mia vita e ciò che accade nel mondo a livello sociale e culturale. Non sono uno di quei pensosie ridicoli vati che hanno capito tutto e profetizzano sciagure e redenzioni ben attenti a non urtare nessuno per non perdere i loro molti stipendi.Posso solo dire che i trasferimenti, i viaggi, gli incontri, gli studi di varia natura, specie quelli scientifici, che per loro natura sono sovrannazionali, un impegno culturale vario e differenziato mihanno sradicato da tutto, ma, nello stesso tempo, mi hanno radicato in tutto: tutto è dentro, tutto è intatto.
Nello stesso tempo credo che la disintegrazione della cultura contemporanea, di cui ho parlato nel Nuovo Golem, sia anche una mia realtà. Non esiste più una cultura integrata e organica; la cultura è fatta di tante tessere, come un mosaico senza disegno unificante, e Internet ne è l'immagine e la metafora, come ne è un'immagine "L'Acrobata" e ancor più "La Gerarchia di Ackermann". Per me vivere a Trieste significa vivere il confine: il confine separa e insieme invita alla trasgressione, così la mia vita è stata ed è tuttora una vita trasgressiva, all'insegna del dinamismo, dell'inseguimento, del dell'abbandono, a volte della fuga.
Certo che la mia scrittura è stata segnata da Trieste e dal confine (basta leggere i miei racconti e romanzi), ma anche dalle letture che ho fatto (forse queste letture a loro volta sono state condizionate da Trieste, o forse solo dal caso e dalla contingenza...). Certo mi sento più vicino a Kafka o a Thomas Bernhard che a tanti scrittori italiani. D'altra parte non sono certo triestino e le mie origini romagnole spesso irrompono da strati così profondi che parevano dimenticati. Non m'interrogo molto sui problemi sociali, almeno non direttamente: sono più interessato ai problemi esistenziali, a quelli che considero i problemi "invarianti" o quasi dell'essere umano. M'interessano anche i rapporti tra l'uomo e la macchina, cui sono dedicati i racconti del "Fuoco completo", m'interessa il problema tipico, insolubile della condizione umana: essere abbastanza intelligenti e sensibili da capire che non siamo abbastanza intelligenti e sensibili. E questa tragedia ho cercato di rappresentarla nel dramma "Cervello nudo".

D - Perché le tue donne non sono quasi mai "scienziate" e hanno "caratteristiche fisiche" ben precise?

R - Forse perché fare scienza, o in genere usare le facoltà logiche e razionali, ma anche certe altre facoltà meno astratte, è un'attività che riguarda gli esseri umani in genere, a prescindere dal loro sesso. Una donnanon si caratterizza rispetto a un uomo perché fa la scienziata (o l'avvocata o l'autista), ma si caratterizza per altro. Queste attività "indifferenziate" appiattiscono o annullano le differenze tra uomo e donna, che invece ci sono, sono preziose e insostituibili. A queste differenze io tengo moltissimo e voglio conservarle. Nel mio primo romanzo, "Di alcune orme sopra la neve", pubblicato da Campanotto a Udine nel 1990, il protagonista fa una riflessione su una ragazza, Francesca, di cui è, o crede di essere, innamorato:

Mentre la contemplava, lì nell'auletta piena di gente, inseguiva i suoi pensieri, che rotavano sempre intorno al nocciolo della femminilità di lei, a quell'intimo sostrato che la rendeva donna, a quella lieve differenza cromosomica nel suo concepimento che altre differenze aveva provocato. Era fatta della sua stessa materia, aveva la sua stessa struttura, solo che laggiù in fondo aveva, ha quell'albero grosso e ramificato, bene irrorato, umido e robusto e da quel recesso così intimo irraggia qualcosa, come una fosforescenza o un calore, che trasfigura gli strati successivi del suo corpo, fino alla grana della sua pelle, alla trasparenza lunare delle guance, al rigoglio dei capelli; che condiziona i suoi rapporti con gli altri, ciò che dice e come lo dice, il suo modo di vestire, di camminare, di studiare, di capire il mondo; che l'assoggetta a quel vincolo primordiale con lanatura che si manifesta nella ciclica marea che la luna fa salire in lei come un mare tiepido e rosso cupo...
Tutto ha origine in quel tronco cavo immerso nel suo corpo, che è il suo essere donna e si esprime nella rotondità dei fianchi, nel timbro della voce, nel profumo della nuca, fino in quel suono convenzionale ma inseparabile da lei che è il nome Francesca, con quella a finale che riassume in modo esiguo e definitivo il fatto che lei è femmina... Certo è una persona, come lo siamo io e Fayard, ma è anche una donna e le due cose sono inscindibili, come il colore dell'oro dall'oro, e non si dà oro senza quel biondo, proprio come strapparle quel sotterraneo labirinto di organi, membrane, muscoli e ghiandole sarebbe non solo distruggere la sua femminilità, per cui non avrebbe più diritto ad avere nel nome una a finale,ma significherebbe anche distruggere tutta la sua persona, per cui non avrebbe neanche più diritto a un nome qualunque...

Francesca, in realtà, è una scienziata, ma non è certo questo che interessa il giovane protagonista.
Credo che la sua riflessione farà inorridire molte persone (per lo più - forse - donne, perché molte donne vogliono immergersi nel ruolo generico di "persona" rinunciando a quello specifico di "donna"), ma troverà favore presso altre, che vogliono mantenere la differenza (vive la différence!); e credo anche che contenga larisposta alla seconda domanda, perché le caratteristiche fisiche sono quelle che si vedono per prime, che attraggono e affascinano in prima battuta: noi siamo sempre quello che gli altri vedono. Anche quando si vaoltre l'aspetto esteriore non si fa altro che presentare un simulacro, un'immagine, un'apparenza. Il nostro "vero" essere è troppo lontano, inafferrabile, forse non esiste neppure... Ciò che gli altri vedono è importante,e bisogna tenerlo nel massimo conto.
Forse c'è un'altra ragione per cui nei miei racconti evito le "scienziate" (in realtà ce ne sono, di scienziate, ma non è questa loro "qualifica" che m'interessa): secondo la leggenda Giove creò gli esseri umani doppi, uomo e donna insieme, con due teste a quattro braccia e così via: erano, questi ermafroditi, bastevoli a sé stessi.
Poi, in seguito a qualche disobbedienza, li tagliò in due e mandò in giro per il mondo esseri manchevoli della loro metà. Da allora tutti gli umani cercano affannosamente quello che hanno perduto, la loro "metà".
La metà che cerchiamo ha caratteristiche complementari alle nostre e caratteristiche speculari: io cerco una metà (donna) che abbia caratteristiche complementari (cioè non sia scienziata) e caratteristiche speculari, cioè sia sensibile, sognatrice e artista.

D - Perché attingi così poco alla storia della matematica?

R - M'interessano soprattutto le persone, con i loro drammi e i loro problemi insolubili, legati appunto alla"condizione umana". Anche i racconti del mio primo libro, "Il fuoco completo" (da poco ripubblicato da Mobydick), che possono sembrare di fantascienza, in realtà toccano uno dei problemi più drammatici dell'uomo d'oggi: il rapporto con la tecnoscienza. La tecnoscienza sta rapidamente snaturando l'uomo, lo sta trasformando in qualcosa di nuovo, in una sorta di uomo-macchina, e ciò suscita paure, tensioni, entusiasmi: ecco che per me la tecnica e la scienza pulsano solo quando entrano in contatto con gli uomini, quando creano problemi, suscitano passioni, interferiscono con la vita. Dunque la storia della matematica può interessarmi, e ne posso far oggetto di narrazione, se e quando acquista uno spessore esistenziale. Ne "L'Acrobata" il protagonista cerca un esemplare della macchina di codifica "Enigma", e sembra che questo sia lo scopo della sua vita, ma poi si capisce che insegue la macchina per cercare sé stesso e il senso della propria vita. Galileo m'interessa non perché rivoluziona l'astronomia, ma perché vuol portare la "sua" verità agli altri uomini e ciò scatena il dramma: è obbligato a scegliere tra il telescopio e la tortura.

D - Quali paesaggi prediligi nella descrizione?

R - E' una domanda in apparenza superficiale, oleografica, in realtà è molto profonda.
Il paesaggio è fondamentale: per me non è tanto la cornice o il contorno dell'azione: è un prolungamento intimo e vibratile del personaggio. La descrizione, brevissima o lunga che sia, del paesaggio deve chiarire, esplicitare e arricchire il personaggio e la sua vicenda. Ad esempio

Il giudice Scheimer scostò la tenda e si affacciò, appoggiando le mani al basso davanzale. Sotto di lui, il frutteto era percorso dal brivido della sera e per l'aria andavano gli odori della cittadina, un misto di fumo e di umidore estivo. Oltre le chiome degli alberi il cielo conservava una traccia faticosa di luce, in una sospensione delicata che inclinava alla notte. L'afa del giorno cedeva a una brezza che pareva nascere dalla campagna.
Scheimer, in maniche di camicia, guardava dentro la folta oscurità, cercando di ricostruire la topografia di B. e domandandosi da che parte precisamente si trovasse il tribunale, dove avvenivano gli interrogatori; ma presto rinunciò. Fu assalito da pensieri grandi e vaghi, che non si curava di approfondire: piuttosto se ne lasciava trasportare e solo la concretezza del davanzale, solido e tiepido sotto le sue mani, lo ancorava al presente.

- Il fiore del viandante

Un paesaggio fine a sé stesso è morto, distoglie dall'essenza del racconto e annoia. I paesaggi che preferisco sono dunque omologhi ai racconti che preferisco e ai loro protagonisti. A volte sono cupi e presaghi, a volte sono
allucinati e pieni di sospensione cosmica.

Quel faro sulla sinistra, puntato come un dito. Davanti alla finestra della donna bisogna immaginare le caserme abbandonate, i bunker di una guerra lontana. Oltre i muri corrosi e il filo spinato, una spiaggia lambita dall'oceano, rocce bionde e nere in una luce che non cessa di svanire. A perdita d'occhio un'acqua che arriva fino a un altro continente. Sogni sogni sogni. La luminosità da estuario sopra questo oceano che si pro.(Alla fine erano rimasti i bunker e la rete era sprofondata. Forse per riscattare una sorta di peccato originale)
Nei pressi di Punta Marina c'era la stazione terminale di tutte le ferrovie d'Europa, ma dopo c'era ancora Punta Marina. Punteggiata di luci, inaccessibile da più parti: mura, fortilizi, colonne. Le sirti si schiudevano arenando tranquille. Le pozze iridate, le cisterne: sempre più vuote. Il vento la sabbia il mare il cielo: le piogge rarissime ormai.

- Questo lo facciamo dire a Posthuma

Oppure:

Sebastian prese la posta e si trascinò nello studio. Niente d'interessante: una cartolina di Cri con montagne innevate, un pieghevole pubblicitario, un catalogo di libri antichi e rari. Da una fessura della serranda filtrava una lama di luce. Sebastian pensò che avrebbe potuto dormire una mezz'ora, aveva lavorato tutta la notte ed erastanco. Alzò un pochino la serranda. Il sole incendiava il giardino, premeva come una liquida massa bollente sugli alberi e sulla palazzina di fronte. Il tetto si stagliava nitido e teso contro il cielo di fiamma. L'acqua della piscina scintillava di piccole scaglie accecanti. Sul bordo, in costume da bagno, la sua dirimpettaia parlava movendo le mani.

- L'aveva rosagrigio

Oppure ancora:

Si guardò intorno, vide in lontananza l'azzurro del mare e si diresse da quella parte. Dalla posizione del sole capì che si stava dirigendo verso la costa orientale dell'isola, la più lontana dalla barca.Dopo un po' giunse a una sortadi porticciolo deserto, protetto da un molo che si allungava in mare per una cinquantina di metri. Sull'estremità del molo sorgeva un faro basso e tozzo, a tronco di cono, con la sommità arrotondata. Gli venne in mente l'uomo
tarchiato coi baffi, e poi subito la donna che ogni notte da quell'uomo si faceva possedere. Perciò non gli parve strano, voltandosi, di vederla lì, immobile contro la casamatta, nel suo prendisole rosso, che guardava forse lui forse il mare.

- Isola fortificata

Un ultimo esempio:

Appoggiò la borsa da viaggio sul letto, andò alla finestra e tirò le tende. Davanti a lei il mare si stendeva in un'immensità senza turbamento, appena colorito da un rossore soffocato del cielo. A sinistra la costa continuava sabbiosa per un tratto, poi s'impennava nell'alto promontorio roccioso del faro. Nell'aria ferma si equilibravano due o tre gabbiani. Sapeva che in quel punto, di fronte a lei, l'estensione del mare non era imitata da alcuna isola o terra vicina e questo pensiero sconfinato le diede una rapida vertigine, come se le dune che vedeva accavallarsi sotto la finestra e che si bagnavano quietamente nell'acqua segnassero la fine del mondo.
[...] Le parve intollerabile restare sdraiata nel letto accanto a Inoue, ora che aveva deciso di troncare il loro rapporto.Si alzò con cautela, si mise sulle spalle la vestaglia e andò alla finestra. Scostò la tenda e stette immobile a contemplare il mare notturno. A sinistra il faro gettava sulla distesa dell'acqua un fascio intermittente che non vinceva l'oscurità.
Quando il fascio puntava verso l'albergo, le pareva che un occhio vigile scrutasse la notte per scoprire qualche malinconia o qualche tribolazione, per scoprire anche lei, lì in piedi accanto alla finestra nella stanza gelida, con il suo piccolo viluppo di rassegnata desolazione. Quel notturno spettacolo aveva in sé una forza primitiva che la riempì di sgomento. La luce rotante del faro rendeva ancora più assoluto e totale il nero sconfinato del mare. Niente poteva vincere quel nero, che si stendeva per migliaia di miglia a coprire tutto il mondo. Allora le prese una gran paura per sé e per Inoue e per la moglie di Inoue, quella donna che non conosceva e di cui lui non le parlava mai, e per i suoi figli già grandi, e quella paura si alimentava della luce intermittente del faro e della solitudine che avvolgeva quel mare nero senza confini, si alimentava del silenzio che gravava immenso sul paese, sulla costa sabbiosa, sulle dune e sugli occhiuti mostri marini sepolti nell'okan del Museo del Mare. Si aggrappò con le mani alla tenda e fece uno sforzo per non mettersi a piangere. Quel nero cavo, grande e silenzioso che circondava il mondo era la vita.
In quel buio il faro cercava, cercava senza posa con un'insistenza demente, e non trovava nulla, perché c'era solo il buio e il silenzio.

- Il Museo del Mare