di Augusto Palombini

 

 

 

 

La fuga e il ritorno

E' uscito in libreria il volume "Cervelli in fuga", a cura dell'ADI (Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani) e con la prefazione di Piero Angela.
IL libro raccoglie le testimonianze di oltre venti studiosi italiani emigrati, che in molti casi hanno raggiunto importanti risultati presso Istituti di ricerca stranieri. La seconda parte del volume è dedicata ad una analisi dei problemi del mondo della ricerca in Italia. Ne emerge un lucido spaccato della politica universitaria negli ultimi decenni, che mette a fuoco le cause più rilevanti del fenomeno della fuga dei cervelli.
Pubblichiamo una breve presentazione (e del progetto da cui è nato e delle conclusioni cui approda) di Augusto Palombini, curatore del volume.


Recentemente il Governo ha annunciato un ingente stanziamento finalizzato a promuovere il ritorno dei migliori ricercatori italiani emigrati all'estero negli ultimi anni. Il provvedimento è certamente una conseguenza del clamore suscitato, da un anno a questa parte, dal fenomeno della fuga dei cervelli, clamore legato anche ad episodi specifici come quelli di Antonio Iavarone e Anna Lasorella, giunto alla ribalta nell'autunno scorso.
L'idea di raccogliere in un libro delle storie di ricercatori emigrati, nacque a Genova, in una serata del giugno 2000 in compagnia di alcuni soci dell'ADI (Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani). Ricordo come fosse chiaro a tutti che l'obiettivo finale di una simile operazione dovesse essere non certo un mero archivio di biografie, bensì un tentativo di focalizzare (attraverso una serie di vicende singole) i veri problemi che hanno determinato un esodo che non ha molti paralleli. Ho l'ambizione di pensare che quell'obiettivo sia stato praticamente raggiunto.
Proprio alla luce delle conclusioni, cui le vicende dei cervelli in fuga ci hanno condotto, mi pare inadeguata una scelta come quella di un provvedimento per il ritorno degli studiosi fuggiti.
La fuga non è un male, ma un sintomo. Da qui i facili fraintendimenti che nascono quando si obietta che le esperienze all'estero sono salutari per ogni ricercatore che si rispetti; da qui le puntualizzazioni che sono d'obbligo per chiunque voglia affrontare il problema in modo organico.
La differenza fondamentale è quella fra partenza e fuga . Fra la scelta di un paese estero per esigenze formative, professionali, esistenziali e l'abbandono della patria per colpa di un sistema che ostacola drasticamente la fioritura di una personalità scientifica per la cui semina la collettività ha investito decine di milioni.
La sproporzione esistente fra i nostri studiosi che emigrano e gli stranieri che immigrano è tale da non consentire dubbi sulla peculiarità di un fenomeno le cui cause appaiono legate a tre fattori: la scarsità degli investimenti nella ricerca, la valanga di assunzioni opelegis dei primi anni ottanta e la mancanza di una politica che premi il merito e la qualità.
Non di riportare i cervelli a casa, dunque, si tratta, ma di creare le condizioni perchè chiunque, studioso emigrato o semplicemente "fuggito" nel mondo del lavoro al di fuori dell'Università, abbia la possibilità, se ne ha i titoli e la capacità, di ottenere un ruolo di ricerca.